Santo Sepolcro, l'intesa trovata dopo lo stop è un segnale contro l'ostilità crescente

La garanzia delle celebrazioni pasquali all'interno della Basilica, sia pur con accessi limitati, può essere un punto di partenza. Dai sacerdoti e religiosi cristiani presi di mira nella Città Vecchia agli attacchi ai cristiani a Gaza e in Cisgiordania, il clima d'insicurezza nelle comunità resta però evidente
March 31, 2026
Santo Sepolcro, l'intesa trovata dopo lo stop è un segnale contro l'ostilità crescente
Il Patriarca latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, con i comandanti della Polizia israeliana a Gerusalemme lunedì, dopo l'accordo per lo svolgimento dei riti pasquali in Terra Santa / Ansa
«Il Patriarcato latino di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa confermano che le questioni riguardanti le celebrazioni della Settimana Santa e della Pasqua presso la Chiesa del Santo Sepolcro sono state affrontate e risolte in coordinamento con le autorità competenti». Dopo giorni di tensione, con il respingimento all'ingresso del Santo Sepolcro, la mattina della Domenica delle Palme, del cardinale Pierbattista Pizzaballa e del Custode di Terra Santa fra Francesco Ielpo, il comunicato congiunto arrivato ieri rappresenta una nota positiva. Un ringraziamento va al presidente israeliano Isaac Herzog, che da parte sua, in una nota, ha ribadito «l'incrollabile impegno dello Stato di Israele per la libertà di culto di tutte le persone di fede e l'importanza di preservare lo status quo nei luoghi santi di Gerusalemme».
La soluzione maturata nelle ultime ore – garanzia delle celebrazioni pasquali all'interno del Santo Sepolcro pur con accessi limitati – certo propiziata dal clamore internazionale suscitato dallo stop imposto dalla polizia al Patriarca e al Custode, potrebbe essere un punto di partenza per un nuovo inizio di dialogo. Negli ultimi anni, infatti, il clima nei confronti delle comunità cristiane in Israele e nei Territori occupati ha registrato momenti di tensione, segnato da episodi di ostilità che difficilmente possono essere liquidati come casi isolati.
A Gerusalemme, per esempio, sacerdoti e religiosi cristiani sono stati più volte oggetto di insulti, sputi o intimidazioni nelle strade della Città Vecchia, da parte di frange dell’ebraismo ultra-ortodosso. Per non parlare degli atti vandalici contro proprietà ecclesiastiche, spesso riconducibili alla logica delle cosiddette “tag mechir” (il prezzo da pagare), scritte offensive e minacciose apparse su muri di chiese e monasteri. Emblematico è stato anche l’episodio della statua del Cristo sfregiato nel convento della Flagellazione a Gerusalemme, un gesto che ha colpito profondamente la sensibilità dei fedeli e delle comunità religiose. Questi atti, che non sono certo ascrivibili all’intero mondo ebraico (anzi), contribuiscono tuttavia a creare un clima d'insicurezza che pesa sulla presenza cristiana nella Città Santa.
Come non ricordare poi gli episodi avvenuti in Cisgiordania; le pressioni e gli atti vandalici da parte dei coloni israeliani sul villaggio cristiano di Taybeh o ancora i nuovi avamposti in prossimità di antichi monasteri (ultimo quello di San Gerasimo). Fatti che indicano una dinamica ben precisa: chi non rientra nell’orizzonte dell’identità ebraica (sia essa religiosa o nazionalista) viene percepito come estraneo, quando non come un ostacolo. A Gaza, poi, la piccolissima comunità cristiana è stata colpita in modo drammatico dalla guerra, con due episodi che ne riassumono la vulnerabilità. Nell’ottobre 2023, un bombardamento ha colpito il complesso della chiesa ortodossa di San Porfirio. Mesi dopo, anche la chiesa cattolica della Sacra Famiglia è stata colpita da un proiettile sparato da un tank israeliano, provocando morti e feriti tra i fedeli rifugiati al suo interno. Anche le chiese, da sempre considerate luoghi di protezione, non sono più immuni dalla violenza del conflitto. Un mutamento che incide profondamente sul tessuto sociale e psicologico delle comunità. E che spinge molti cristiani, soprattutto giovani, a considerare l’emigrazione come unica prospettiva.
Tuttavia, accanto a queste derive, esistono anche segnali diversi, spesso meno visibili ma significativi. Una parte della società israeliana, in particolare negli ambienti laici e accademici, guarda con crescente preoccupazione a questa situazione. È il caso del Rossing Center for Education and Dialogue, che da anni monitora gli episodi di ostilità contro i cristiani e promuove iniziative di dialogo e sensibilizzazione. I suoi rapporti documentano un aumento delle aggressioni e degli atti vandalici, ma allo stesso tempo testimoniano l’impegno di molti cittadini ebrei nel difendere una convivenza fondata sul rispetto e sulla conoscenza reciproca.
Questo doppio livello di dialogo, istituzionale e sociale, restituisce tutta la complessità del momento. Da un lato, i canali ufficiali consentono ancora di tutelare, pur con qualche sforzo, la libertà religiosa; dall’altro, sul terreno si diffonde un clima che rischia di erodere progressivamente le basi stesse di quella convivenza. La sfida, oggi, è proprio questa: evitare che le garanzie formali restino isolate rispetto alla realtà quotidiana. La presenza cristiana in Terra Santa non è solo una questione confessionale, ma parte integrante di un patrimonio umano, culturale e spirituale che appartiene al mondo intero. Difenderla significa difendere l’idea stessa di una società plurale, capace di riconoscere nell’altro non una minaccia, ma una ricchezza.

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