Per i giudici Elon Musk ha ingannato gli azionisti di X. Ora potrebbe pagare i danni

La sentenza è arrivata dalla California alla vigilia del compleanno del social fondato vent'anni fa. Secondo i giudici, il miliardario tentò di far scendere il prezzo delle azioni della società diffondendo dichiarazioni false. L'avvocato dei soci: lo status di uomo più ricco del mondo non è un lasciapassare
March 21, 2026
Per i giudici Elon Musk ha ingannato gli azionisti di X. Ora potrebbe pagare i danni
Elon Musk / Reuters
Proprio nel giorno del ventesimo "compleanno" di Twitter, oggi «X», è arrivata una sentenza che ne segna la storia. Una giuria federale degli Stati Uniti ha stabilito che il miliardario Elon Musk, che nel 2022 ha comprato la piattaforma per 44 miliardi di dollari, è colpevole di frode: quattro anni fa, durante le trattative per l’acquisizione, tentò di far scendere il prezzo delle azioni della società diffondendo sui social dichiarazioni false. Nel dettaglio, alcuni dei suoi post avrebbero rilanciato l’idea, intenzionalmente scorretta, che Twitter sottostimava il numero di account falsi e spam, noti come bot, presenti sulla piattaforma.
Il verdetto è stato emesso dal tribunale di San Francisco al termine di un processo civile molto seguito negli Stati Uniti. Il contenzioso non è finito. In una dichiarazione congiunta, gli avvocati di Musk, dello studio Quinn Emanuel Urquhart & Sullivan hanno annunciato l’appello assicurando: «Verremo scagionati».
Il magnate rischia di dover pagare i danni procurati all’azienda con le sue false affermazioni. Francis Bottini, avvocato degli azionisti, ha stimato che potrebbero ammontare a circa 2,5 miliardi di dollari. «Se sei in grado di muovere i mercati con i tuoi tweet, sei responsabile dei danni causati agli investitori. Lo status di uomo più ricco del mondo non è un lasciapassare».
Colpisce che il pronunciamento sia arrivato, venerdì, alla vigilia del ventesimo compleanno del social. Era il 21 marzo 2006 quando con un messaggio stringato - «Just setting up my twittr» – cominciava l’avventura di Twitter. A scriverlo fu Jack Dorsey, uno dei cofondatori della piattaforma insieme a Noah Glass, Biz Stone e Evan Williams. Il nome voleva evocare ciò a cui è stata ispirata l’invenzione: la brevità (poi superata) degli Sms. «Volevamo catturare quella sensazione fisica di ronzare nella tasca, ronzare in tutto il mondo», aveva spiegato allora Dorsey.
Ad accorgersi del social fu il blog specializzato TechCrunch perchè qualcuno a San Francisco lo aveva usato per dare la notizia di un terremoto. Da lì Twitter è volato. In un anno, ha triplicato la mole di cinguettii: da 20.000 ad oltre 60.000 al giorno. Segno distintivo della piattaforma fu l’hashtag (il termine è entrato nel dizionario inglese Oxford nel 2014) incorporato nel testo - l’idea fu di un utente, Chris Messina - per indicare gli argomenti di tendenza. Tra i più noti dei primi tempi c’è il  #JeSuisCharlie, circolato in occasione della strage alla redazione del giornale francese Charlie Hebdo.
Grazie alla sua brevità e immediatezza, Twitter si è prestato a essere un’agorà, una piazza pubblica, e a documentare l’attualità, dalla rivolta in Iran del 2009 alla Primavera araba. Gli utenti fanno la cronaca della tragedia di Haiti e della cattura di Osama Bin Laden e protestano in scia del MeToo. La piattaforma è così diventata un mezzo di comunicazioni di giornalisti, politici, istituzioni, celebrities e anche del Papa.

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