domenica 13 ottobre 2019
Nella “capitale” irachena resistere, dopo lo sterminio di 10mila persone della minoranza
Bambine in abito tradizionale al tempio yazida di Lalish (Lucaroni)

Bambine in abito tradizionale al tempio yazida di Lalish (Lucaroni)

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La casa è una capanna di terra arredata con cose rimediate e una tv rotta. I 15mila dollari serviti per comprare dal Daesh una delle bambine sono costati debiti, questue tra i parenti e fame. Il capo famiglia è disperso, di dieci figli e figlie ne rimangono 4. Sull’angolo più alto del muro dell’unica stanza c’è la foto di Haiam: non voleva separarsi dalla sorella di due anni venduta a una famiglia di Mosul senza figli, i jihadisti la picchiavano così forte che quando l’hanno liberata non aveva più le forze e si è lasciata morire in ospedale.

«Non posso piangere, ho un problema al cuore, le emozioni mi fanno stare male», dice la madre mentre guarda Hezni, il figlio di 14 anni. A Sinjar, la terra della minoranza religiosa yazida, sopravvivere dipende da come puoi vivere «il dopo»: se hai ancora qualcuno, se ancora esiste o puoi riavere qualcosa del «prima».

La scuola di Khocho (Lucaroni)

La scuola di Khocho (Lucaroni)

Tra il prima e il dopo c’è il genocidio che dall’agosto 2014 ha ucciso 10mila persone. Tutti parlano del campo di al-Hol, in Siria, dove i sopravvissuti avrebbero il terrore di rivelare le proprie origini. Ogni famiglia ha lutti e speranze ora fievoli ora epiche e rivendica inascoltata il Sinjar: 1.500 metri di altezza tra Siria, Iraq e Turchia, una polveriera di milizie che hanno occupato vuoto e contraddizioni lasciate dal Daesh. Un senso di tregua tradita è impresso sull’erba secca e i checkpoint con facce mai viste in zona, lungo la strada verso la città di Sinjar distrutta a metà; sui cani randagi agli incroci dell’unico polo commerciale che è adesso Sinuni; sulle povere case, e i tetti devastati dai razzi. È dentro i discorsi quasi ingenui dei vecchi sulla politica e sugli Usa che «potrebbero risolvere tutto nel mondo».

E sulla montagna sacra, da cui la notte arriva il vento che riempie la faccia di polvere a chi ancora dorme sul tetto per il caldo. Sul corpo da adolescente di Hezni invece c’è impresso il male. Per lui il presente è l’istante divenuto infinito in cui il Daesh l’ha rapito a 9 anni per convertirlo. «Ogni volta che ci picchiavano o quando sentivamo gli spari e le bombe ero certo che stavo per trovare la mia tomba». Racconta di quando lo pestavano a morte, di quando doveva fare massaggi ai piedi dei combattenti, studiare da kamikaze. Su di lui il lavaggio del cervello non è riuscito: progetta di arruolarsi coi peshmerga curdi.

«Mi ha tenuto vivo questo, voglio la mia vendetta», dice mentre la madre piange una lacrima alla volta. I suoi coetanei si trasferiscono in Germania e a Sinuni il presidio di Medici senza frontiere ad agosto aveva già ricoverato 24 persone per tentato suicidio. Ventimila famiglie rientrate e i traumi sono senza cura. Pastori e contadini hanno ripreso le greggi e coltivano pomodori. «I semi che compriamo forse non sono buoni, l’etichetta originale è coperta da un’altra, i frutti hanno un insetto dentro», confessa qualche agricoltore.

Soldati sul tetto dell’edificio divenuto museo del genocidio (Lucaroni)

Soldati sul tetto dell’edificio divenuto museo del genocidio (Lucaroni)

Tra le 700 famiglie di Khobal, l’unico medico fa soldi sottobanco. Sharfadin, tra i tanti villaggi intorno a Sinjar, coi tetti luccicanti è malvista perché i suoi capi non hanno aiutato nessun altro. Sulla piana sterminata coltivata a grano, le case sunnite sono enclave nemiche. «Sono loro che ci incendiano i campi», rivelano. E sui telefoni mostrano i video con le pecore bruciate che piangono».

Daesh ha ucciso ancora, tre cellule stazionano verso le fabbriche e il cementificio, a sud-est di Kocho e oltre le fosse comuni dei villaggi interni sopra e sotto la strada 47, quella che porta in Siria. «Il Pkk turco da solo ha cinque formazioni, tra cui Ypg e Ypj e i loro servizi segreti. C’è esercito e polizia federale irachena e gli sciiti delle Forze di mobilitazione popolare, Hashd al-Shaabi, che contano 10 gruppi. Ognuno ha la sua bandiera – spiega il generale peshmerga a guardia della frontiera sul Tigri, ultimo avamposto del Kurdistan dei Barzani –. Poi ci sono le milizie yazide, come quelle di Haydar e Qasim Shesho. Tutti a rappresentare l’interesse di un Paese o un partito».

Sulla cartina militare indica la linea del territorio conteso, ennesimo smembramento di popolazione passata dalla regione semi autonoma al governo di Baghdad: «Dovrebbe essere dato il controllo della regione alla gente del posto, non a chi è nato in Iran o in Turchia. Ma da quassù Saddam Hussein lanciò negli anni ’80 razzi verso Israele, tutti vogliono essere qui per presidiare». Si commuove pensando ai migliaia di bambini nati sotto diaspora, ai matrimoni senza festa tra le tende, a chi dopo la fuga vive ancora tra i sassi. Hezni invece non piange mai e non ha paura di nulla se non del rombo degli aerei militari. Ne è terrorizzato, chiude gli occhi e ogni volta è certo che la bomba lo ucciderà.

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