domenica 28 ottobre 2018
Tornano nel suq i primi commercianti. I cristiani: «Ora trovare la forza di resistere». La campagna Avvenire-Focsiv per aiutare la città a rinascere
Il centro di Aleppo: 4 milioni di abitanti prima della guerra, ora sono un milione

Il centro di Aleppo: 4 milioni di abitanti prima della guerra, ora sono un milione

Ricominciare, dopo che una ferita ha segnato il corpo e di certo, a tutti, ha paralizzato l’anima. Ricominciare «con gli occhi di un bambino», capaci di vedere dopo l’emergenza un nuovo traguardo. E scoprire che «anche un mondo ferito si può colorare di speranza». In Medio Oriente c’è chi la guerra l’ha vista materializzarsi un giorno sotto casa; chi, per fuggire il terrorismo, in una notte ha imparato a vivere da profugo; e chi, nello sforzo di accogliere, ha visto la sua stessa vita cambiare. Per questo le Ong del consorzio Humanity (Ass. Realmonte, Celim, Engim, Fondazione Buon Pastore, Fundacion Promocion Social, FMSI, Punto Missione) con Focsiv rilanciano per il terzo anno la sfida: «Ricominciamo da loro», da chi – nell’età dedicata ai giochi – si trova in un campo profughi, in una scuola nei container, o in una città distrutta da un assedio. Stare fianco a fianco, quest’anno con una attenzione particolare alla resilienza: l’arte di tagliare nuovi traguardi, di superare il dolore del distacco o di una perdita, per trovare anche nel disagio la forza per ripartire. A fianco di chi è stato ferito, i cooperanti di Focsiv, vogliono accompagnare l’uscita dalla prima emergenza e creare le condizioni per tornare a casa. Ricominciare. E ricostruire. Qui tutti gli aggiornamenti sulla campagna.

Qui per donare online. Si può donare anche per Posta con il CCP n° 47405006 intestato a: FOCSIV, causale: Avvenire per Emergenza Siria - Kurdistan. BANCA ETICA IBAN: IT 02 J 05018 03200 0000 11796695 intestato a: FOCSIV FOR HUMANITY. ON LINE sul sito «humanity.focsiv.it»

«Hanno rubato tutto, tutto, tutto: i tessuti, i filati, i tappeti», dice Youssef mentre cerca di ripulire il pavimento al primo piano del caravanserraglio del XIV secolo. Nel cortile, fra le macerie, un registro di contabilità iniziato nel 1983 dal padre, che aprì l’attività 60 anni fa, è quel che resta dell’archivio. «Lo Stato deve pulire e restaurare. Solo dopo si potrà veramente partire...», conclude Youssef con voce mesta. Aleppo “derubata” da quattro anni di guerra civile, è ancora colpita al cuore. Il mitico “suq” – 17 chilometri di antichissime botteghe e storici caravanserragli per ospitare le carovane provenienti da Oriente e Ponente – sempre di affascinante bellezza, è come un nudo scheletro di mura e macerie, senza merci e senza clienti.

IL SUQ DESERTO. Alcune centinaia di metri più in là, nel suq di Dar Halabia, due uomini spingono un carretto carico di tre o quattro enormi rotoli di tessuto: la loro bottega, fra le primissime, ha già riaperto. Mancano i visitatori, ma alcuni “ taajer” – i mitici commercianti di Aleppo – hanno iniziato ad alzare le serrande arrugginite negli anni di assedio, dopo che la Cittadella e il suq, nel giro di 24-48 ore, caddero in mano ai “ribelli”. Hamad al-Hussein, appena dopo una delle porte di ingresso al suq, è seduto in uno spoglio ufficio con una dozzina di cataloghi accatastati alle sua spalle. Questo industriale e commerciante di circa 45 anni pare il più agguerrito di tutti: «Da 14 mesi ho ripreso la produzione nel mio stabilimento nella zona industriale di Aleppo». Strazia il cuore a un aleppino vedere quei 17 chilometri di negozi e vialetti deserti: «Prima della guerra – ricorda – venivano da Baghdad, Tunisi, dalla Turchia. Prima della guerra esportavo 4 container al mese di tessuti: in Yemen, in Sudan, in Arabia Saudita, negli Emirati Arabi...». Altri tre container al mese allora andavano per il mercato interno. Adesso riesce a vendere un container al mese fra Damasco e il Libano, ma «mi hanno contattato vecchi clienti. Non vedo l’ora che riapra la frontiera con la Giordania e l’Iraq. Ora comprano dalla Cina, ma dicono che non trovano la stessa qualità». Durante la guerra, per resistere psicologicamente e mantenere i 4 figli, «ho continuato a lavorare, ho aperto un piccolo negozio a Latakia, un altro a Damasco e uno alla periferia di Aleppo». Come al-Hussein, qualcun altro ha ripreso produzione e commercio, ma «molto lentamente».

IL SILENZIO DI JDAIDE. La Cittadella, color ocra, svetta sul quartiere Jdaide, il quartiere “nuovo” ampliato nel XVII secolo quando i cristiani aleppini decisero di stabilirsi al di fuori delle vecchie mura. Il rintocco dei campanili rimanda, magico, all’incrocio di riti cristiani adagiati nel tempo lungo la collinetta delle cinque cattedrali. Quella greco cattolica e quella maronita sono divise solo da place Farhat, nome di un importante vescovo maronita del XVIII secolo. E i segni della battaglia, fra i “ribelli” e l’esercito, sono come coltellate nella schiena alla memoria di questa composita comunità: il secolare tetto in legno della cattedrale maronita di Sant’Elia è stato quasi completamente distrutto. Da qualche mese, grazie a un donatore francese, è iniziata la ricostruzione. A poche centinaia di metri, una accanto all’altra, la cattedrale greco-ortodossa e quella armeno-ortodossa mentre, su quella che era la via dei venditori di lana, svetta l’antica cattedrale siriacocattolica. Un paesaggio quasi lunare, nel bianco della polvere lasciata dai detriti, si presenta in quello che era il cuore della Aleppo cristiana: anche qui, come nel suq, il ricordo strazia il cuore di chi ti accompagna. Un tormento che diventa rabbia quando, vagando fra le antiche case con i simboli cristiani alle pareti, si vede la bocca di uno dei famosi tunnel che a partire dal ’600 e fino a oggi, collegano Jdaide con la Cittadella: «Durante l’assedio uscivano da qui come topi». Intorno un silenzio quasi spettrale, in quello che era uno dei quartieri più vivaci della metropoli: «Qui c’erano i venditori di formaggi, qui i pescivendoli, qui i venditori di tappeti...», ti spiega Leyla. Le prime bancarelle tornate dove c’era un gorgo di colori, voci e festa di bambini, sembrano fantasmi scampati alla morte. Ora solo le pietre parlano e dicono che qui c’erano dei cristiani. «Noi siamo restati ad Aleppo, malgrado la guerra. Ma chi può assicurare che domani ci saranno dei cristiani ad Aleppo, chi mi può assicurare che il piccolo gruppo superstite avrà la forza di resistere?» si domanda, a sera, seduto sulla terrazza del convento dei fratelli maristi frère George Sabe. Un dubbio, attraversa le sue giornate: «Dopo il Nord Africa, la Turchia, la Palestina, forse ora è giunto il turno della Siria: restare nel silenzio del cristianesimo». Un abbandono scritto nelle cifre impietose delle statistiche: ad Aleppo – 4 milioni di abitanti nel 2012, ora un milione – i cristiani erano 150mi-la, adesso appena 31mila. Una presenza sostenuta da un fondamentale sostegno umanitario, con la Chiesa mobilitata in programmi di aiuto alimentare, sussidi per pagare gli affitti e supporto educativo ai minori e ai giovani a vantaggio di tutta la popolazione, cristiana e non.

LE CICATRICI. La prima emergenza sembra finita, ormai da 21 mesi in città non si combatte più. Ma il ricordo della guerra civile è ben presente. Quattro anni che suor Arcangela Orseti, infermiera italiana della congregazione di San Giuseppe dell’Apparizione – da più di trent’anni in Siria – ha passato spesso in lunghe notti di veglia e preghiera all’ospedale San Luigi: «Recitavo il rosario con dei colleghi mentre sentivamo cadere le bombe sulla città». Con i bossoli delle pallottole che la gente raccoglieva per strada e portava in ospedale suor Arcangela ha fabbricato crocifissi contornati da colombe, scritte di pace in tutte le lingue, e piccole sculture per «fabbricare dei segni d’amore e di speranza con quelle pallottole e perdonare chi le aveva sparate». Quel rosario di pallottole, appeso alla parete della cappella dell’ospedale San Luigi, è il simbolo di questa tenace attesa di pace: «Ma le cicatrici sono lunghe a durare!», grida quasi la religiosa di origine Toscana.

Il PIANOFORTE DI STALIN. Aleppo che vuole rinascere, nonostante le ferite. Gli avamposti dei ribelli nella provincia di Idlib sono a soli 10 chilometri dalla periferia di Aleppo, Iblib a 80 chilometri. E ogni notte, dal terrazzo dei maristi, si sentono detonare le bombe dei jet sulle postazioni dei ribelli: «Quando sono tre o quattro scoppi di fila – spiegano – sono i russi: suonano il “pianoforte di Stalin”».

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