Cuba (alla fame) adesso assalta persino la sede del Partito comunista

Almeno 5 arresti dopo l’ottava notte di scontri. Ma le autorità smentiscono: «Totale tranquillità». Il presidente Miguel Díaz-Canel conferma le trattative con gli Usa e il rilascio di 51 detenuti
March 14, 2026
Le proteste l’altra notte a Morón
Le proteste l’altra notte a Morón
«Siamo in totale tranquillità» a Morón, provincia di Ciego de Avila. È l’ottava notte di proteste nell’isola di Cuba. Questa volta la repressione non basta a sedare la rivolta. Persino la sezione locale del Partito comunista, simbolo del potere, è stata presa d’assalto e vandalizzata. Danneggiati anche archivi, computer e altri oggetti incendiati per strada. Anche altri edifici e farmacie sono stati danneggiati durante la protesta. Alejandro Cosme Quiñones, funzionario pubblico, Direzione municipale per la Cultura, prova a smentire, in diretta social. «Trasmettiamo dal vivo, sono le 2.09 e, come potrete notare, siamo in totale tranquillità», ribadisce Alejandro, mentre percorre una strada vuota, senza gente. È la versione fornita anche dalla testata locale Invasor, che parla di «atti vandalici» eseguiti da un «gruppo ridotto» di persone. Cinque gli arresti, secondo stime ufficiali, ma altre fonti parlano di 14 detenzioni. Un ferito, portato nell’ospedale “General Roberto Rodríguez”. «Era in stato di ebbrezza. Cercava di strappare un manifesto del Partito e ed è caduto», scrive Invasor. «Falso. È stato colpito da una pallottola», smentiscono i manifestanti. Fonti diverse denunciano infatti «spari» da parte delle Forze dell’ordine per intimidire i manifestanti mentre l’Avana avvia indagini e accertamenti.
I manifestanti esigono il «ripristino dell’elettricità», dopo circa 28 ore senza corrente. Gridano «abbasso la dittatura» e sostengono di aver «perso la paura». A quanto pare non bastano i segnali di apertura annunciati qualche ora prima dallo stesso presidente Miguel Díaz-Canel che ha confermato le «trattative in corso» con gli Stati Uniti e il rilascio di 51 persone detenute (in libertà condizionata), entro Pasqua, dopo i colloqui tra l’Avana e la Santa Sede. A mancare è l’essenziale: alimenti, trasporti, servizi sanitari. Per Díaz-Canel la ragione della crisi è tutta da individuare nel «blocco energetico» imposto dagli Usa, in quanto «da tre mesi non entra un’imbarcazione di combustibile» nell’Isola. Da Miami il congressista Carlos Giménez non ha perso l’occasione per scagliarsi contro la «brutale dittatura» cubana, assicurando tutto il suo sostegno al popolo, «che è nelle strade e rivendica i suoi diritti». E alla luce delle tensioni l’Ong Osservatorio cubano chiede «azioni concrete» ai governi di Usa, Canada, Paesi Bassi, Repubblica Ceca e Svezia per «garantire la sicurezza» dei cittadini in piazza. Sul versante opposto i democratici Usa – che non si fidano dell’umore altalenante di Trump – hanno presentato un progetto di risoluzione sui poteri di guerra per impedire che, dopo l’offensiva in Iran, Trump «inizi un conflitto» con Cuba «senza l’autorizzazione del Congresso». «Non c’è più lo Stato benefattore di un tempo», si legge su Diario de Cuba, secondo il quale i cubani ritengono che i loro problemi trovano più risposta nei circuiti familiari – prestiti, rimesse dall’estero – che nel governo centrale. Lo si vede nelle fatiche di ogni giorno, con i malati barricati, senza trasporti, nell’ospedale di Baracoa (Guantánamo): «Siamo qui da cinque giorni. Mia madre, 82 anni, ha problemi cardiaci. Non passa una guagua (bus, ndr) che ci riporti a casa», lamenta José, residente nella località di Maisí.

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