giovedì 4 luglio 2019
Si ipotizza la chiusura di tutti i centri del Paese: oltre seimila persone sarebbero coinvolte. Le Nazioni unite ribadiscono: nessuno può affermare che la Libia sia un porto sicuro
Il centro di Tajoura dopo il raid aereo di mercoledì (Ansa)

Il centro di Tajoura dopo il raid aereo di mercoledì (Ansa)

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Il governo libico del premier Fayez al-Serraj "sta considerando il rilascio di tutti i migranti nei centri di detenzione, perché la loro sicurezza non può essere garantita". Lo ha detto il ministro dell'Interno Fathi Bashagha al quotidiano Libya Observe e lo ha ribadito poi su Facebook: "Il Governo di accordo nazionale è tenuto a proteggere tutti i civili, ma il fatto che vengano presi di mira i centri di accoglienza da aerei F16 e la mancanza di una protezione aerea per i migranti clandestini" nei centri stessi, sono tutte cose "al di fuori della capacità del governo".

Se l'intenzione fosse confermata, dalla decisione sarebbero coinvolte diverse migliaia di persone. Sono, infatti, circa 700 mila i migranti presenti in Libia: di questi, oltre 6 mila sono rinchiusi nei centri di detenzione, oltre la metà dei quali vicino alla linea degli scontri. Secondo gli ultimi numeri forniti dall'Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, 3.800 persone si trovano in centri in zone di combattimenti. Dei 700 mila in totale, il 12% sono donne, mentre i bambini rappresentano il 9%. La nazionalità più rappresentata (in tutto sono oltre 40 i Paesi di provenienza) è il Niger con il 19%. Seguono l'Egitto (14%), Ciad (13%) e Sudan (12%).

La riflessione del governo di al-Serraj sull'eventuale rilascio dei migranti arriva all'indomani della strage avvenuta nel centro di Tajoura, a est di Tripoli. Il numero delle vittime è ancora incerto: l'Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari parla di 53 morti (di cui sei bambini) e di 130 feriti, ma alcuni sopravvissuti sudanesi, secondo il magazine online Focus on Africa, parlano di "almeno 100 morti" e di un'altra ottantina di persone che mancano all'appello, senza considerare i numerosi feriti gravi.

Il centro di Tajoura dopo il raid aereo di mercoledì (Ansa)

Il centro di Tajoura dopo il raid aereo di mercoledì (Ansa)

A preoccupare sono anche le condizioni dei migranti all'interno dei centri. Secondo alcune testimonianze riferite dall'ufficio delle Nazioni unite per gli affari umanitari, quando il centro di detenzione migranti di Tajoura durante il raid è stato colpito per la prima volta, le persone hanno tentato di fuggire e le guardie hanno iniziato a sparare contro di loro. L'agenzia sottolinea anche che il centro era già stato colpito in precedenza, a causa della vicinanza con una base militare: "Nonostante ciò - scrive - le autorità hanno continuato a trasferire migranti e rifugiati nel centro", e "circa 600, tra cui donne e bambini, erano trattenuti contro la loro volontà al momento dell'attacco". L'agenzia prosegue sottolineando che "il fatto che oltre tremila profughi e migranti intercettati in mare siano stati riportati in Libia nel 2019 è profondamente preoccupante", perché ormai, come ha detto il segretario generale dell'Onu, "nessuno può affermare che la Libia sia un porto di sbarco sicuro a questo punto".

Sul fronte internazionale, il ministero degli Esteri del governo al-Serraj ha annunciato che chiederà alle Nazioni Unite e alla comunità internazionale di aprire una inchiesta sul massacro, invitando anche il Consiglio di sicurezza delle Nazioni e le grandi potenze di assumersi le proprie responsabilità per gli attacchi che possono essere considerati crimini di guerre e atti di terrorismo, in base a quanto previsto dalle convenzioni e dal diritto internazionale.

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