Dopo lo sgombero, il freddo e il buio: l'odissea senza fine delle famiglie di via Quarti
di Simone Cesati, Milano
Per un centinaio di nuclei familiari l’emergenza è ancora gravissima: pasti gelidi, doppie coperte per scaldarsi e una torcia per illuminare l’appartamento. Le suore: più passa il tempo e più si perde la speranza

Pasti freddi, doppie coperte per scaldarsi e una torcia per illuminare l’appartamento. Molte famiglie dei quartieri popolari di via Quarti vivono in queste condizioni da circa un mese, da quando si è svolto il blitz di sgombero più discussi dell’ultimo mese. Risultato? Diciannove famiglie per strada e oltre cento (se non centocinquanta) a cui sono state tagliate luce e gas. Perché nello stesso giorno in cui hanno agito le forze dell’ordine, coordinate dalla Prefettura in solitaria, Aler - l’ente pubblico che gestisce le case popolari - ha dato l’ordine di staccare le utenze illegali.
Con l’ingresso della stagione invernale e con il passare di giorni sempre più freddi, molte famiglie si sono regolate autonomamente, attraverso anche allacci irregolari. Altre invece, non vogliono uscire dai binari della legge e si trovano in un limbo senza fine: al buio, con la casa fredda e pasti altrettanto gelidi. Alcuni per scaldarsi usano delle piccole stufette elettriche che possono ricaricare negli ambienti comuni. Anche per il cibo, se lo vogliono caldo, ci vuole pazienza per via delle piastre elettriche che faticano a scaldarsi in ambienti così freddo. La luce? Pile del telefono oppure le torce offerte dalla Protezione Civile del Comune. Effettivamente queste illuminano, in modo «quasi accecante» ha detto qualcuno, ma ogni due giorni bisogna farne a meno per qualche ora per ricaricare le batterie. In questo modo la quotidianità diventa una gestione continua di risorse, quindi fatta di attese, rinunce e micro-strategie di sopravvivenza domestica. «Purtroppo c’è ancora una situazione sospensione ed incertezza», ha raccontato suor Michela, delle «Discepole di Gesù», ogni giorno a contatto con le famiglie più fragili delle case popolari. «C’è una lunga attesa in cui si aspetta che qualcuno arrivi e dia una soluzione, però più il tempo va avanti più si perde speranza», ha constatato la suora. D’altronde il quartiere di Baggio ha sempre avuto, per usare un eufemismo, situazioni critiche e la Chiesa ha sempre portato supporto, iniziative e speranza alle persone che vivono lì. Ora, senza luce e gas, la situazione è diventata più esasperata, rendendo ancora più duro lo sforzo. «Andiamo ogni giorno – ha detto ancora la suora – a trovare le persone e cerchiamo di capire come possiamo aiutarle. Continuiamo ancora a segnalare le famiglie senza luce e gas e per ciò che possiamo fare proviamo a creare e a mantenere un clima di fiducia e speranza».
A farsi da portavoce delle famiglie di fronte alle istituzioni e Aler è ancora don Giuseppe Nichetti, che senza mai stancarsi continua a denunciare «una situazione che non cambia da un mese»: «Il Comune continua a dire che hanno chiesto un incontro con la Prefettura. Ma senza alcuna risposta». Marco Granelli, assessore alle Opere pubbliche, Cura del territorio e Protezione civile, ha spiegato che c’è stato un tavolo con il prefetto prima di Capodanno. Precisando che il Comune ha poca voce in un capitolo che racchiude una situazione abusiva in uno stabile regionale, Granelli ha sostenuto che stanno insistendo per far sedere ad un tavolo i rappresenti della Regione, la Prefettura e Aler per costruire un intervento «a norma» che consenta di gestire una situazione abusiva storica senza violare la legge, i Decreti Sicurezza. «Il tema – ha detto ancora Granelli – è che laddove abbiamo situazioni storiche conclamate e incrostate da vent’anni come lì e come purtroppo in tanti altri quartieri bisogna riuscire a fare costruire dei progetti che aiutino a portare legalità, anche attraverso delle deroghe. Siccome giustamente c’è una legge che dice che tu non puoi premiare gli abusivi, deve essere fatta all’interno di un progetto dove c’è l’autorità della legalità che è la Prefettura».
Nel frattempo le famiglie attendono una risposta che possa cambiare in meglio la loro vita. In un sistema costruito per arginare l’abusivismo, si sono persi di vista gli effetti a catena su chi non è stato formalmente parte dello sgombero.
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