venerdì 22 febbraio 2019
Mercoledì prossimo 27 febbraio Theresa May potrebbe perdere per la terza volta il voto sul suo accordo con la Ue. A opporsi decine di deputati che vogliono evitare il "no deal"
Gli undici deputati ribelli, laburisti e conservatori, che hanno dato vita a un gruppo indipendente per evitare l'uscita senza accordo dalla Ue (Ansa)

Gli undici deputati ribelli, laburisti e conservatori, che hanno dato vita a un gruppo indipendente per evitare l'uscita senza accordo dalla Ue (Ansa)

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Potrebbe essere la ribellione più famosa della storia britannica. Quella di mercoledi prossimo, 27 febbraio, quando la premier Theresa May cercherà, ancora una volta, l’approvazione del parlamento per il suo accordo con l’Unione Europea sulla Brexit. Allora decine di deputati conservatori potrebbero lasciare i banchi occupati di solito dal governo per trasferirsi all’opposizione, ovvero dire no alla loro leader.

Si tratta di un’altra ribellione, dopo quella dei giorni scorsi che ha portato otto deputati laburisti e tre conservatori a dare vita a un partito indipendente, proprio per evitare un’uscita senza accordo dalla Ue. Secondo i conservatori ribelli ci sono abbastanza deputati ai Comuni per far approvare un emendamento, mercoledi prossimo, 27 febbraio, che chiederà alla May di estendere l’articolo 50, piuttosto che permettere al Regno Unito di lasciare l’Unione senza accordo.

Tra i ribelli, malcontenti anche perché Corbyn non farebbe abbastanza per combattere l’antisemitismo diffuso tra i “Labour”, vi sarebbero almeno quattro sottosegretari, tutti pronti a sostenere la mozione proposta dal Tory Sir Oliver Letwin e dalla deputata laburista Yvette Cooper sull’articolo 50.

Manifestanti protestano contro la Brexit fuori dal quartiere generale dell'Unione Europea a Bruxelles (AP)

Manifestanti protestano contro la Brexit fuori dal quartiere generale dell'Unione Europea a Bruxelles (AP)

Panico a Westminster

Westminster è nel panico perché la premier, che dipende per la sua maggioranza dai deputati nordirlandesi protestanti dello “Dup”, non vuole escludere il “no deal”, l’uscita senza accordo dalla Ue, il prossimo 29 marzo. Una frattura che sarebbe un disastro economico per il Regno Unito. Andrew Percy, co-presidente del gruppo che riunisce deputati a favore e contrari alla Brexit – il “Brexit Delivery Group” – ha dichiarato alla Bbc che più di trenta deputati potrebbero tentare di bloccare il “no deal” e sostenere “soluzioni alternative”.

Un mancato accordo, ha detto Percy, “non solo rischia di danneggiare l’interesse nazionale, ma mette a rischio proprio la cosa per cui molti colleghi hanno passato decenni a fare campagne elettorali, l’uscita dall’Unione Europea”. E’ stato sempre Percy a spiegare alla Bbc che i membri del suo gruppo sono “stanchi” della posizione dei colleghi Tory più estremisti dell’European Research Group che si rifiutano di appoggiare la May e continuano a insistere perché l’opzione “no deal” rimanga sul tavolo per non perdere potere negoziale a Bruxelles.

Soltanto 35 giorni alla Brexit

Mentre il conto alla rovescia verso la Brexit continua – mancano ormai 35 giorni e mezzo alla fatidica data – il panorama politico britannico si sta ridisegnando e un nuovo partito di centro potrebbe affiancarsi ai Tory e ai Labour spaccati sul tema dell’uscita dalla Ue. Anche il deputato laburista Ian Austin ha rivelato che lascerà il partito, per protesta contro la leadership di Jeremy Corbyn. Secondo Sky News il parlamentare non si unirà al gruppo indipendente, formato da otto ex Labour e tre ex Tory. "Il Labour è stato la mia vita e questa decisione è la più difficile che abbia mai dovuto prendere", ha dichiarato Austin al giornale locale Express and Star, "Ma devo essere onesto. La verità è che mi vergogno del Labour sotto Jeremy Corbyn. Sono sconvolto dalla sofferenza inflitta dal partito e dal suo leader agli ebrei. Tra i laburisti fuorusciti, vi è anche Luciana Berger, di origine ebraiche, che ha bollato il partito come "istituzionalmente antisemita".

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