giovedì 22 novembre 2018
Un triste «record» per il rapporto dell’Osservatorio delle Nazioni Unite. Siria e Afghanistan le aree più letali. Ordigni usati nel 2017 anche in Colombia, Myanmar, Nigeria, Pakistan, Tailandia
Uno sminatore dell'Onu in azione (Lapresse)

Uno sminatore dell'Onu in azione (Lapresse)

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Continuano ad essere un numero enorme le vittime delle mine antiuomo, 7.200 lo scorso anno, nel 2017, 2.716 delle quali colpite da ordigni improvvisati: un livello record, secondo il rapporto annuale dell’Osservatorio sulle mine, reso noto dalle Nazioni Unite. Il drammatico bilancio è dovuto all’elevato numero di vittime nei paesi in conflitto o dove la violenza è endemica.

Le vittime sono distribuite in 49 Paesi, ma la grande maggioranza si registrano in Afghanistan (1.093) e in Siria (887). E sono civili la stragrande maggioranza delle vittime, rappresentano, infatti, l’87% del totale di cui il 47% è costituito da bambini: nel 2017 secondo il rapporto sono stati 2.452 i bambini uccisi da mine o esplosivi vari.

Secondo il rapporto si tratta comunque di un numero molto al disotto di quello reale tenendo conto delle difficoltà a raccogliere informazioni nelle zone di guerra. Il rapporto sottolinea inoltre come il numero delle nuove vittime di mine industriali o di fabbricazione artigianale resta eccezionalmente elevato per il terzo anno consecutivo: nel 2016 le vittime furono 9.437 e nel 2015 6.967.

L’Osservatorio sulle mine si dice, infine, non in grado di confermare l’utilizzo di mine antiuomo da parte delle forze governative siriane nel 2017, mentre, invece, sicuramente gruppi armati hanno fatto ricorso a questi ordigni in Afghanistan, Colombia, Myanmar, Nigeria, Pakistan, Tailandia e Yemen.

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