lunedì 28 ottobre 2013
​Fu premier della Polonia nel primo governo post comunista del blocco sovietico, nel 1989, che aprì la strada al crollo del Muro di Berlino. Mazowiecki era stato l'architetto della "tavola rotonda" tra le autorità comuniste fedeli all'Urss e l'opposizione che portò alle prime elezioni parzialmente libere del blocco comunista. (Luigi Geninazzi)
La storia lo ricorderà come il primo capo di governo non comunista in un Paese del blocco sovietico, uno degli uomini simbolo della svolta democratica in Polonia che aprì la strada alle pacifiche rivoluzioni del 1989. Tadeusz Mazowiecki, morto ieri all’età di 86 anni, è stato un combattente per la libertà e un testimone della fede cristiana, due aspetti che in lui sono diventati una cosa sola: intellettuale cattolico sempre a fianco degli operai, esponente di rilievo di Solidarnosc e amico di papa Wojtyla, statista europeo che rimarrà nella galleria dei Grandi del Novecento accanto a De Gasperi, Schuman, Adenauer e Kohl. Il suo nome balza agli onori della cronaca nell’agosto 1980, durante lo sciopero nei cantieri Lenin di Danzica. L’ho conosciuto allora, quasi per caso. Fu lui a rivolgermi la parola, mentre assistevo alla celebrazione della messa nel grande piazzale dei cantieri navali, gremito di tute blu in ginocchio. «Credo che voi occidentali non abbiate mai visto uno spettacolo del genere» mi disse. Si presentò come un giornalista, direttore del mensile cattolico Wiez (Il legame). In realtà era un intellettuale molto noto, chiamato a presiedere il comitato di esperti che affiancavano Walesa nel difficile negoziato col potere. Nato nel 1927 a Plock, laureato in giurisprudenza, Mazowiecki è uno dei giovani deputati di “Znak”, un movimento cattolico che sul finire degli anni Cinquanta riesce a mandare alcuni suoi rappresentanti nel parlamento polacco. Un’esperienza deludente alla quale preferirà l’impegno culturale e sociale. Anche per questo si butta a capofitto nel sindacato libero, divenendo direttore del settimanale Solidarnosc. Vedovo, tre figli, Tadeusz è un uomo mite e schivo, un intellettuale con idee forti che sa esprimere in modo pacato e dialogante. Arrestato e internato nel 1981, allorché Jaruzelski proclama lo stato di guerra, non perde la speranza nella rinascita di Solidarnosc. Me lo ripete in lunghe conversazioni davanti ad un buon bicchiere di vino italiano, avvolto nella nuvola di fumo delle sue micidiali sigarette. Mi onora delle sue confidenze e della sua amicizia. Non credo ai miei occhi quando nell’agosto del 1989 viene nominato primo ministro e si rivolge ad un parlamento, ancora dominato dai comunisti, invocando commosso «l’aiuto di Dio». In pochi mesi, con riforme coraggiose, avvia la Polonia alla democrazia e all’economia di mercato ma deve far fronte alle divisioni dentro il sindacato. Walesa scatena la «guerra al vertice» e nel 1990 viene eletto presidente della Repubblica battendo l’antico alleato Mazowiecki. Negli anni seguenti l’ex premier si assume un compito ancor più difficile, quello di commissario per i diritti umani in Jugoslavia affidatogli dall’Onu. Di fronte agli orrori e alle stragi nei Balcani denuncia la colpevole inerzia dell’Occidente e nel 1995 si dimette dall’incarico, un gesto che apre la strada alla fine della guerra. Come un semplice cittadino Mazowiecki ha continuato ad abitare nel suo piccolo appartamento a Varsavia con una misera pensione, senza alcun appannaggio di Stato. Quel che più lo faceva soffrire era l’accusa d’aver voluto proteggere gli ex comunisti quand’era al governo, una “leggenda negra” che l’ha accompagnato in tutti questi anni ed alla quale ha voluto rispondere con un libro di memorie, pubblicato pochi mesi fa, dove rivendicava con orgoglio la giustezza e la dignità delle sue scelte politiche. «È stato il miglior premier che la Polonia abbia mai avuto» riconosce Walesa, già da tempo tornato ad essergli amico dopo i contrasti degli anni Novanta. «Statista saggio e tranquillo, autore di grandi cambiamenti per il nostro Paese e per l’Europa intera», è la definizione data dal presidente della Repubblica Komorowski che, quasi come gesto riparatore, aveva voluto nominare suo consigliere l’anziano ex primo ministro. Oggi l’intera Polonia, al di là dei diversi schieramenti, è unita nel lutto nazionale ricordando la grandezza e l’umiltà di Mazowiecki, un politico e un cristiano autentico, un moderno Cincinnato che ha contribuito a salvare la patria senza pretendere nulla per sé.
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