Sudan. «Grazie a Napolitano per l'aiuto a Meriam»


Barbara Uglietti giovedì 5 giugno 2014
​La gratitudine del marito della sudanese condannata a morte, dopo che il Quirinale ha auspicato la revisione del processo.
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​Aumentano i segnali positivi che ci incoraggiano a sperare per una soluzione della vicenda di Meriam Yehya Ibrahim, la giovane donna sudanese condannata a morte da un Tribunale di prima istanza di Khartum per non aver voluto rinnegare la sua fede cristiana. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in un messaggio ufficiale, ha detto di seguire il caso con «viva partecipazione», in raccordo con il governo, e di auspicare, pur nel rispetto della sovranità del Sudan e del principio di separazione dei poteri, che siano «tempestivamente confermate» le parole dell’ambasciatore sudanese su una revisione della condanna a morte di Meriam. Il presidente ha accolto, con questa sua nota, l’invito dell’associazione Italians for Darfur – in prima linea, insieme ad Avvenire, per salvare la giovane donna dalla condanna per apostasia – che gli aveva chiesto un intervento in rappresentanza dell’Italia. Il marito Daniel Wami, raggiunto telefonicamente a Khartum ha detto ad Avvenire di aver accolto con grande favore il messaggio del presidente Napolitano. «Sono commosso – ha spiegato –. Portategli il mio personale ringraziamento. Il supporto della comunità internazionale è il motore che ci sta aiutando ad andare avanti». Quanto alle condizioni di Meriam, e dei due bimbi in carcere con lei – la piccola Maya, nata in prigione il 27 maggio, e Martin, di 21 mesi – Daniel dice che «sono stabili». «I bambini restano in cella insieme a mia moglie – spiega –, ma tutti e tre sono in salute». La preoccupazione è tanta, ma ci sono elementi positivi. Le autorità di Khartum non possono rimanere indifferenti a una mobilitazione che ogni giorno si fa pressante. Soprattutto in considerazione del fatto che la Costituzione sudanese garantisce la libertà religiosa e che quindi la sentenza non ha fondamento giuridico. A rilasciare dichiarazioni farneticanti è invece il fratellastro di Meriam, Al-Samani al-Had, lo stesso che, insieme a una sorrellastra, ha fatto partire la denuncia di apostasia con l’obiettivo finale di impossessarsi delle redditizie attività commerciali di Meriam. Ha detto che la donna avrebbe lasciato l’islam dopo «aver bevuto una pozione magica» e che «merita di essere messa a morte». L’altra sera, il ministro degli Esteri sudanese Ahmed Karti, intervenendo a un evento a Berlino, ha fatto intendere che una soluzione è possibile. «Il governo del Sudan non può interferire nel processo giudiziario, ma ha esortato Meriam Ibrahim a presentare un appello per il suo caso». L’appello è stato presentato. Non resta che aspettare. Ad Avvenire continuano ad arrivare contatti di supporto: sono già 8.000 i messaggi sul Guestbook e più di 78mila le email a meriamdevevivere@avvenire.it.
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