giovedì 29 dicembre 2016
Nel cuore manifatturiero di Dacca, capitale del Bangladesh, gli operai fermano gli impianti dopo i licenziamenti di 121 operai. Scontri con le forze dell'ordine, serrate improvvise.
Fabbriche senza regole: scoppiano le proteste

Fabbriche costrette a fermarsi, scontri con le forze dell’ordine, serrate improvvise. Nel distretto industriale di Ashulia, cuore manifatturiero della capitale bengalese Dacca, è andata in scena la rivolta degli operai.

E se oggi la situazione va lentamente normalizzandosi, con le produzioni che ripartono, torna ad alzarsi il velo sullo sfruttamento della manodopera nel Paese asiatico. Non tutte le fabbriche però tornano a “marciare”. Restano ferme le cinquanta chiuse con la forza con il licenziamento di 1.500 lavoratori “colpevoli” di avere scioperato.

La causa scatenante? La richiesta di un aumento del salario minimo mensile. Restano sotto custodia anche diversi leader sindacali e il giornalista Nazmul Huda, noto per avere denunciato, in questi anni, le condizioni delle manifatture tessili e dato voce alle rivendicazioni dei lavoratori impiegati in quella che è la maggiore industria del Paese, con 3,5 milioni di addetti e un fatturato che sfiora i 20 miliardi di dollari. In pratica, la maggiore fonte di reddito per le casse del Bangladesh.


La scorsa settimana, dopo il licenziamenti di 121 operai, la maggior parte delle maestranze di Ashulia aveva incrociato le braccia, chiedendo la reintegrazione dei compagni ma anche che il salario minimo legale passasse dall’attuale, equivalente a 67 dollari Usa (64,5 euro), a 203 dollari. Una “catena”, fatta di sfruttamento e regole non rispettate, che parte dalle fabbriche bengalesi e arriva fin dentro i negozi di mezzo mondo. Saldi (europei) compresi. Nei giorni scorsi, dopo duri scontri in cui ha usato proiettili di gomma che hanno ferito una decina di manifestanti, la polizia ha imposto la riapertura delle aziende e la ripresa del lavoro in base a una legge controversa che da tempo organizzazioni locali e internazionali chiedono di rivedere, consentendo però nello stesso tempo agli imprenditori di licenziare centinaia di lavoratori impegnati nelle proteste. Ashulia e i vicini distretti di Savar, Tongi e Gazipur ai limiti del territorio metropolitano di Dacca, rappresentano la maggiore concentrazione industriale del Paese, cuore di una produzione di tessile, abbigliamento e accessori in una parte consistente destinata al mercato estero con marchi europei e statunitensi.

Sono anche però il teatro delle più gravi disgrazie sul lavoro della storia del Paese. Il 29 novembre 2012, proprio a Ashulia, l’incendio della Tazreen Fashion costò la vita a 112 persone e causò ustioni e intossicazione a centinaia di lavoratori; il 24 aprile 2013 il crollo del Rana Plaza edificio che ospitava numerose manifatture, ha provocato oltre 1.129 morti a Savar. Almeno 15 i lavoratori uccisi e una settantina i feriti o ustionati nell’incendio che l’8 ottobre successivo devastava i due piani della Aswad Knit Composite, una fabbrica di abbigliamento a Gazipur.

In quest’ultimo caso, la maggior parte dei 3.000 dipendenti aveva già lasciato l’edificio per la chiusura serale, anche se il numero delle vittime ha segnalato la persistenza di un lavoro notturno, negato dalle aziende del settore perché notoriamente obbligatorio ma spesso non retribuito. Anche dopo queste tragedie del lavoro, come pure nelle successive di minore entità fino ad oggi, le aziende straniere committenti – che pure dal rogo della Tazreen pubblicizzano interventi, sia diretti, sia attraverso il governo locale per migliorare le condizioni di lavoro e la sicurezza – hanno disconosciuto ogni responsabilità, anche indiretta. D’altra parte, le tante necessità della popolazione di un Paese che accoglie 160 milioni di abitanti su un territorio esteso quanto la metà di quello italiano, con scarse risorse naturali incentivano l’esodo migratorio e, appunto, una concentrazione di manodopera nei pochi settori produttivi disponibili.

Tra cui svetta quello tessile, in cui migliaia di aziende offrono una possibilità di reddito stabile in cambio di 70-80 ore settimanali di lavoro in ambienti perlopiù insalubri o pericolosi, con il rischio costante di incidenti e abusi.

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