Iran, Usa, Hormuz: la Cina sta lavorando per liberarsi dal petrolio
di Luca Miele
Mentre slitta il viaggio di Trump a Pechino, il gigante asiatico ha messo in cima alla sua agenda "la sicurezza energetica". Un orizzonte ancora lontano (ma decisivo)

Doveva essere la visita che sanciva il riavvicinamento tra Cina e Usa, dopo le turbolenze legate alla guerra commerciale e le schermaglie a colpi di dazi. Di più: l’occasione per Donald Trump per condividere la scena imperiale con “l’amico” Xi Jinping. E invece niente di tutto questo: la visita è stata congelata. Per vedere il faccia a faccia a Pechino tra il presidente Usa e il suo omologo cinese – inizialmente fissato per la fine del mese - bisognerà attendere “5 o 6 settimane”, come ha fatto sapere lo stesso tycoon. Pechino si è limitata a "prendere atto" della richiesta di posticipare il viaggio e anzi ha accolto con “favore” il rinvio. Sul congelamento pesa come un macigno la guerra in Iran, giunta ormai alla sua terza settimana e, ancora di più, la delicata partita – geopolitica, militare, energetica – che si sta giocando attorno Stretto di Hormuz. La chiamata della Casa Bianca a intervenire militarmente per garantirne la sicurezza dei flussi di petrolio è stata lasciata cadere nel vuoto non solo da parte del gigante asiatico, ma anche dagli alleati degli Stati Uniti.
Uno schiaffo per Trump che, dopo aver più volte proclamato la “quasi” vittoria, si è visto costretto a chiedere aiuto, mettendo a nudo le difficoltà Usa. E il rifiuto incassato non è solo il frutto avvelenato della confusione strategica della guerra ma segna anche il profondo rimescolamento strategico che sta avvenendo in due “passaggi”.
Primo: il trasferimento di risorse militari dalla regione indo-pacifica al Medio Oriente ridefinisce la presenza militare degli Usa, alimentando forti timori che Washington “possa distogliere l'attenzione dalla propria priorità dichiarata di concentrarsi nuovamente sull'Asia”. Un disimpegno che “favorisce” la Cina e preoccupa invece altri Paesi, Corea del Sud e Giappone in testa.
Secondo passaggio: come segnala Asia Times, l'inazione dei maggiori importatori di energia asiatici “segnala un cambiamento strutturale in corso, che sta già rimodellando i flussi di capitali, le catene di approvvigionamento e gli equilibri geopolitici in tutta la regione. Il non-intervento militare non indica compiacenza; riflette una svolta deliberata verso la protezione delle loro economie proprio dal tipo di sconvolgimento che un tale intervento comporterebbe. In altre parole, la sicurezza energetica della regione viene ridefinita in tempo reale. Anziché proteggere le rotte commerciali, l'Asia sta riducendo la dipendenza da esse. I modelli di investimento emergenti confermano già questa transizione”.
Certo la crisi energetica minaccia pesantemente le economie asiatiche dipendenti dal petrolio del Golfo. Il Vietnam ha una delle riserve energetiche più esigue dell'Asia, con riserve petrolifere stimate a meno di 20 giorni, secondo un rapporto dell'Asia Media Center. Pakistan e Indonesia mantengono riserve per circa 20 giorni. India – che è tornata ad acquistare petrolio russo -, Thailandia e Filippine per circa due mesi.
La Cina è l’attore che appare più attrezzato ad affrontare la “tempesta perfetta”. Come scrive Time, “Pechino, che importa circa il 40% del suo petrolio dal Medio Oriente, ha accumulato scorte di greggio prima della guerra, il che le ha permesso di attingere ai suoi 1,4 miliardi di barili di greggio stoccati strategicamente. La Cina è inoltre in una posizione migliore grazie alla sua partnership con Iran e Russia, che le ha permesso di continuare a importare gas naturale via terra dalla Russia”. Teheran sta praticando una chiusura selettiva dello Stretto di Hormuz, facendo di fatto passare le petroliere destinate alla Cina.
Ma non basta. Il gigante asiatico si sta muovendo per superare la sua dipendenza energetica, e la vulnerabilità che ne deriva. In cima all’agenda politica della leadership cinese c’è proprio la sicurezza energetica. Un obiettivo al quale Pechino sta lavorando da tempo. Nel 2024, gli investimenti in progetti chiave per implementare il ricorso a fonti energetiche alternative hanno raggiunto quasi 200 miliardi di yuan (28 miliardi di dollari), rendendo la Cina il maggiore investitore al mondo nella transizione energetica.
Come si legge in un rapporto del Middle East Council For Global Affairs, “la Cina sta sistematicamente rafforzando la propria architettura energetica per contrastare le fragilità intrinseche di un'eccessiva dipendenza dai combustibili fossili importati. Sfruttando le risorse interne, tra cui l'energia solare, eolica e a idrogeno, Pechino non solo sta accrescendo la propria autonomia energetica, ma attenua anche le vulnerabilità geopolitiche, come quelle derivanti dalla volatilità delle catene di approvvigionamento internazionali e da potenziali embarghi”. Il risultato “finale” è proiettato in un orizzonte ancora lontano, ma è destinato a terremotare equilibri e posizioni di forza consolidati. E a ridisegnare la mappa del potere globale.
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