Iran, Usa, Hormuz: la Cina sta lavorando per liberarsi dal petrolio

Mentre slitta il viaggio di Trump a Pechino, il gigante asiatico ha messo in cima alla sua agenda "la sicurezza energetica". Un orizzonte ancora lontano (ma decisivo)
March 18, 2026
Donald Trump e Xi Jinping al summit Apec a in Busan, in Corea del Sud, lo scorso 30 ottobre
Donald Trump e Xi Jinping al summit Apec a in Busan, in Corea del Sud, lo scorso 30 ottobre/ REUTERS
Doveva essere la visita che sanciva il riavvicinamento tra Cina e Usa, dopo le turbolenze legate alla guerra commerciale e le schermaglie a colpi di dazi. Di più: l’occasione per Donald Trump per condividere la scena imperiale con “l’amico” Xi Jinping. E invece niente di tutto questo: la visita è stata congelata. Per vedere il faccia a faccia a Pechino tra il presidente Usa e il suo omologo cinese – inizialmente fissato per la fine del mese - bisognerà attendere “5 o 6 settimane”, come ha fatto sapere lo stesso tycoon. Pechino si è limitata a "prendere atto" della richiesta di posticipare il viaggio e anzi ha accolto con “favore” il rinvio. Sul congelamento pesa come un macigno la guerra in Iran, giunta ormai alla sua terza settimana e, ancora di più, la delicata partita – geopolitica, militare, energetica – che si sta giocando attorno Stretto di Hormuz. La chiamata della Casa Bianca a intervenire militarmente per garantirne la sicurezza dei flussi di petrolio è stata lasciata cadere nel vuoto non solo da parte del gigante asiatico, ma anche dagli alleati degli Stati Uniti.
Uno schiaffo per Trump che, dopo aver più volte proclamato la “quasi” vittoria, si è visto costretto a chiedere aiuto, mettendo a nudo le difficoltà Usa. E il rifiuto incassato non è solo il frutto avvelenato della confusione strategica della guerra ma segna anche il profondo rimescolamento strategico che sta avvenendo in due “passaggi”.
Primo: il trasferimento di risorse militari dalla regione indo-pacifica al Medio Oriente ridefinisce la presenza militare degli Usa, alimentando forti timori che Washington “possa distogliere l'attenzione dalla propria priorità dichiarata di concentrarsi nuovamente sull'Asia”. Un disimpegno che “favorisce” la Cina e preoccupa invece altri Paesi, Corea del Sud e Giappone in testa.
Certo la crisi energetica minaccia pesantemente le economie asiatiche dipendenti dal petrolio del Golfo. Il Vietnam ha una delle riserve energetiche più esigue dell'Asia, con riserve petrolifere stimate a meno di 20 giorni, secondo un rapporto dell'Asia Media Center. Pakistan e Indonesia mantengono riserve per circa 20 giorni. India – che è tornata ad acquistare petrolio russo -, Thailandia e Filippine per circa due mesi.
Ma non basta. Il gigante asiatico si sta muovendo per superare la sua dipendenza energetica, e la vulnerabilità che ne deriva. In cima all’agenda politica della leadership cinese c’è proprio la sicurezza energetica. Un obiettivo al quale Pechino sta lavorando da tempo. Nel 2024, gli investimenti in progetti chiave per implementare il ricorso a fonti energetiche alternative hanno raggiunto quasi 200 miliardi di yuan (28 miliardi di dollari), rendendo la Cina il maggiore investitore al mondo nella transizione energetica.

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