«Il nostro volontario ucciso in un raid: aiutava i cristiani del Libano sotto le bombe»
di Giacomo Gambassi, Roma
L’ambasciatrice Cortese dell’Ordine di Malta a Beirut: «Il giovane Chadi colpito mentre restituiva la rete Internet alla popolazione che non voleva lasciare un villaggio cristiano nel sud. Fra attacchi e sfollati, sarà tragedia umanitaria se il conflitto si allunga»

«Non siamo responsabili di questa guerra, non ce ne vogliamo andare». L’ambasciatrice Maria Emerica Cortese si è sentita ripetere più volte queste parole nei giorni scorsi. «Le riferiscono i cristiani del sud del Libano dai villaggi pesantemente attaccati e da un’area che è in gran parte distrutta», racconta la rappresentante diplomatica dell’Ordine di Malta a Beirut. Ordine che ha relazioni diplomatiche con il Paese da 73 anni e che in meno di venti giorni di conflitto ha già la sua prima vittima, uccisa in un raid di Tel Aviv proprio in uno degli agglomerati cristiani vicino alla frontiera con Israele: Chadi Ammar. Aveva 20 anni.

«Ciò testimonia come l’Ordine resti accanto alla gente anche quando è sotto le bombe», spiega Cortese. E prosegue: «Chadi era membro del nostro staff nel dipartimento agro-umanitario. Lavorava per la sicurezza alimentare nel centro agricolo di Ain Ebel». L’abitato dove ha perso la vita la scorsa settimana. «Al momento dell’attacco, intorno alle 18, si trovava, insieme ad altri due giovani che si erano rifiutati di lasciare il villaggio, sul tetto di un edificio cercando di ripristinare la connessione Internet per assicurare ai residenti rimasti che potessero essere ancora collegati con il resto del mondo. Tutti e tre sono morti». L’Ordine, una delle più antiche istituzioni caritative del pianeta, lancia l’allarme umanitario. «Il Paese fa i conti con la guerra e le occupazioni dal 1975 - afferma l’ambasciatrice -. Ma gli ultimi anni sono stati segnati da periodi veramente traumatici: l’esplosione al porto di Beirut nel 2020 che ha causato oltre duecento vittime, il Covid, la crisi finanziaria, la guerra fra Israele ed Hezbollah che si era fermata con la tregua del novembre 2024. Ecco perché il Libano non è in grado di sopportare una crisi come quella attuale. Crisi che, se sarà duratura, e purtroppo ci sono tutte le premesse perché non sia breve, rischia di trasformarsi in tragedia umanitaria».
La tregua poco più di anno fa. E ora di nuovo la guerra. Un Paese martoriato?
«Il Libano è ripiombato nella guerra, riaprendo una ferita ancora aperta. Le speranze di stabilità costruite con fatica si sono rapidamente dissolte, lasciando spazio a una nuova spirale di violenza e incertezza. A pagare il prezzo più alto sono, ancora una volta, i civili: famiglie costrette a fuggire, città nuovamente svuotate, vite sospese nell’attesa di un futuro che sembra allontanarsi».

Il Sud del Libano vede una significativa presenza cristiana.
«I cristiani non vogliano abbandonare le loro case, le loro chiese, i loro appezzamenti. È la terra dei nostri avi, affermano. E l’Ordine di Malta è lì ad assisterli con il nostro personale e le nostre unità mediche mobili che sfidano le bombe. Certo, la situazione è critica in tutto il Paese. Più di 1.500 i morti. A Beirut la vita è scandita dal fragore delle esplosioni. Oltre un milione di persone è sfollato, facendo tornare la nazione nell’emergenza del 2023. Si è costretti a lasciare tutto: dai ricordi personali ai beni di prima necessità, come il vestiario, e spesso si lasciano anche gli anziani perché non intendono evacuare. Lo Stato ha creato 596 rifugi che sono praticamente scuole e palestre pubbliche: ma risultano insufficienti. Così si vedono intere famiglie che dormono per strada e vivono sui marciapiedi. E adesso le temperature non sono certamente alte; per di più c’è un’elevata umidità. Come Ordine di Malta siamo attivi in 70 rifugi, serviamo pasti, offriamo assistenza sanitaria, distribuiamo “kit di dignità”, supportiamo i ragazzi soprattutto dal punto di vista psicologico, ci rechiamo nei villaggi».
La guerra è tornata mentre il Libano registrava segnali di ripresa.
«Anche la visita di Leone XIV a dicembre era stata un’iniezione di fiducia. Nel Paese era stata avviata una sorta di rinascita soprattutto con il nuovo capo dello Stato e il nuovo premier».

Ci sono spiragli?
«Il popolo libanese ha una straordinaria capacità di resilienza e una tenace voglia di ricominciare dopo ogni crisi che colpisce una realtà meravigliosa come questa, con una storia millenaria».
Lei ha vissuto la visita di Leone XIV. Che cosa ha lasciato?
«Il Papa è molto vicino al Libano, come lo è da sempre la Santa Sede. I suoi accorati appelli possono smuovere le coscienze di chi ha in mano le sorti delle nazioni e far comprende che la violenza non è mai la risposta ai problemi. Del resto la presenza cristiana, che in Libano è tra le più numerose nella regione, svolge un’azione di pacificazione nell’intero Medio Oriente e dice come il dialogo fra le fedi sia fondamentale nel processo di pace».

I caschi blu dell’Onu sono destinati a lasciare il confine fra Libano e Israele per decisione delle Nazioni Unite. Conclusione prevista nel 2027. Lei è preoccupata?
«Sono più che altro dispiaciuta, la missione Unifil ha anche collaborato attivamente con l’associazione libanese dell’Ordine di Malta nelle azioni umanitarie a favore della popolazione».
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