domenica 3 giugno 2018
Si sono incontrati su Internet e, sempre in Rete, hanno raccolto fondi e trovato un'associazione che li rappresenti in tribunale. Sentono minacciato il loro futuro: «Il mondo non è tuo»
Da sinistra: Tia Hatton, Kelsey Juliana (il processo è intentato a suo nome) e Jacob Lebel. Sono 3 dei 21 ragazzi che hanno fatto causa a Trump. L'udienza è fissata per il 29 ottobre in Oregon, ma il Dipartimento di Giustizia chiederà alla Corte Suprema di impedire il contenzioso

Da sinistra: Tia Hatton, Kelsey Juliana (il processo è intentato a suo nome) e Jacob Lebel. Sono 3 dei 21 ragazzi che hanno fatto causa a Trump. L'udienza è fissata per il 29 ottobre in Oregon, ma il Dipartimento di Giustizia chiederà alla Corte Suprema di impedire il contenzioso

Sono giovani e idealisti, vogliono salvare il mondo dal cataclisma ambientale. Ma non per principio. Per loro è una questione personale. Levi Draheim ha 10 anni e vive su un’isola giusto di fronte a Cape Canaveral, in Florida. Se il livello dell’Oceano salirà di 80 centimetri, come è probabile che succeda entro la metà del secolo, la sua casa sarà sommersa. Tia Hatton ha cominciato a notare che nella sua città di Bend, in Oregon, nevica sempre meno. Ha 19 anni, scia da sempre, e da quando è alle superiori ha cominciato a interrogarsi sul perché il clima sta cambiando. Le risposte l’hanno spinta a unirsi a Levi e ad altri 19 ragazzi, tutti compresi nella forchetta d’età che definisce la “Generazione Z”, per trascinare in tribunale l’Amministrazione di Donald Trump. Che è colpevole, a loro dire, di non fare abbastanza per difendere la Terra dal surriscaldamento.

Avere un pianeta vivibile, sostengono i giovanissimi in una causa che ha già superato enormi ostacoli, è un loro diritto umano, sancito dalla costituzione americana. Perché, anche se il documento non ne parla esplicitamente, è assicurato dai suoi principi generali. «Il diritto alla vita, alla libertà e alla felicità, che la costituzione garantisce, non ha senso su un pianeta che non può sostenere la vita. Ne consegue che proteggere l’ambiente per il popolo americano è un diritto essenziale», spiega Kelsey Juliana, la ragazza che ha dato il nome al caso: «Juliana vs U.S.A». Suona come Davide contro Golia, e ai ragazzi il paragone piace, perché sanno come è finita la storia biblica. «Che senso ha ereditare la Terra se sta per bruciare, o per annegare?», dice Abi Pipier, un 16enne di Seattle che si è chiesto a lungo se valesse la pena di lottare contro il governo federale, finché ha capito di non avere scelta: «Per noi è una questione di vita o di morte. Chi ha la nostra età non può fare finta di niente». Nella causa, i 21 querelanti sostengono anche di essere vittime di discriminazione. Le decisioni politiche passate e attuali del governo, dicono, incidono in modo sproporzionato sui giovani, che nei prossimi 60 o 70 anni subiranno le conseguenze concrete dei cambiamenti climatici.

Con il pragmatismo tecnologico comune a molti ragazzi della Generazione Z (nati più o meno fra il 1995 e il 2005) i 21 si sono incontrati su Internet e sempre online hanno raccolto fondi e trovato un’associazione che li rappresenta pro bono, la “Our children trust”. Dopo tanto lavoro, quello che trovano più esasperante è non essere presi sul serio. «Molti adulti pensano che siamo la facciata di un movimento messo in piedi da altri – spiega Jaime Butler, 17 anni, di Flagstaff, in Arizona –. Ma siamo capaci di raccogliere informazioni scientifiche e queste ci danno ragione. I tribunali lo stanno capendo». È vero. Il caso è già andato ben oltre quello che l’industria dei combustibili fossili o il governo federale pensassero. L’anno scorso, infatti, l’American Fuel and Petrochemical Manufacturers e l’American Petroleum Institute, che rappresentano l’8% dell’economia americana e sostengono 9,8 milioni di posti di lavoro negli Stati Uniti, hanno citato in giudizio i 21 chiedendo un’archiviazione del caso. Nel giugno 2017, la loro mozione è stata respinta. E a marzo di quest’anno una corte d’appello federale ha respinto la richiesta dell’Amministrazione Trump di bloccare la causa. Se lo aspettava Jamie Lynn Butler, la cui famiglia ha dovuto abbandonare la riserva Navajo dove la ragazzina è nata a causa di una siccità che l’ha resa invivibile. Ora Jaimie vive a Cameron, in Arizona, e non ha dubbi sull’urgenza dell’azione legale. «L’acqua è la base della vita sulla Terra. Se la perdiamo non c’è modo di riprenderla».

Il momento di svolta per Jacob Label, 19enne, è stato invece il fuoco. La fattoria dei suoi genitori a Roseburg, in Oregon, è stata devastata dalle fiamme causate dalla siccità. «Abbiamo perso quasi tutto, e ogni anno viviamo nel terrore che questa volta sarà peggio», racconta. Mentre la consapevolezza ambientale di Jayden Foytlin, 14enne di Rayne, in Louisiana, è stata risvegliata dalle inondazioni causate dagli uragani degli ultimi anni. Il mese scorso un giudice di Eugene, Oregon, ha fissato una data per il processo: il 29 ottobre 2018, ma il Dipartimento di Giustizia ha fatto sapere che chiederà alla Corte Suprema di impedire il contenzioso. I ragazzi dunque si preparano alla battaglia. Hanno marciato davanti alla Casa Bianca e stanno cooperando con giovani che hanno fatto causa ai singoli Stati per spingerli a rivelare quello che sanno sui gas ad effetto serra. «I governi sanno da almeno 50 anni che l’estrazione e l’utilizzo di combustibili fossili avrebbe destabilizzato il sistema climatico terrestre – dice Journey Zephier, 16enne che vive alle Hawaii –. Ora la loro negligenza può essere usata in tribunale per spingerli a cambiare».

E i querelanti non intendono fermarsi agli Stati Uniti. Per Miko Verdun coinvolgere altri Paesi del mondo è un passo fondamentale. È nata nelle isola Marshall, prima di essere adottata da una coppia americana. Da grande, vorrebbe vivere nel suo Paese d’origine. «Se ci sarà ancora – dice –. Per questo farò di tutto perché i diritti della mia generazione a un pianeta vivibile siano tenuti in considerazione».

2. Continua (Leggi 1. Armi e clima: è la Generazione Z l'America che dice No)

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