giovedì 9 marzo 2017
La gente di Piquiá, sostenuta dai missionari comboniani e dalla parrocchia, vince la battaglia contro quattro grandi industrie siderurgiche che inquinano
Un papà con il figlio osserva il fumo emesso senza sosta da una fabbrica a ridosso delle case di Piquiá de Baixo (Marcelo Cruz)

Un papà con il figlio osserva il fumo emesso senza sosta da una fabbrica a ridosso delle case di Piquiá de Baixo (Marcelo Cruz)

«Rosso corvino», dicono, anche se il colore non esiste. Perché, sulla terra, il pulviscolo scarlatto assume una venatura sanguigna. Sulla vegetazione, invece, si fa scuro, quasi nero come fuliggine. Sui tetti delle case, poi, le due tinte si mescolano, creando una sfumatura indefinibile. Così, la gente di Piquiá de Baixo – quartiere-satellite di Açailândia, nel nord-est brasiliano – ha coniato questa espressione, bizzarra ma efficace per descrivere “a poeira”, la polvere. Le ciminiere delle quattro aziende siderurgiche – Gusa Nordeste, Vale do Pindaré, Simasa, Viena – la sputano senza tregua. Ostinata e avvolgente, lei ricopre il verde prepotente degli alberi amazzonici, le costruzioni di mattoni, le strade. Perfino la pelle degli abitanti. Lo fa dalla fine degli anni Ottanta. Da quando, cioè, il programma “Grande Carajás” – realizzato dal colosso minerario Vale, all’epoca statale e ora privatizzato – ha trasformato la regione nella capitale internazionale del ferro. O meglio del “pig iron”, (ferro dei porci), la parte iniziale e più sporca della produzione che, in genere, si svolge nel Sud del mondo.

«Ormai sappiamo che la polvere continuerà a cadere nei prossimi decenni, fin quando l’enorme giacimento della Serra dos Carajás non sarà prosciugato. Noi, però, speriamo, prima di allora, di essere lontani dalla nube “rosso corvino” », racconta Joselma Alves de Olivera, voce autorevole tra gli abitanti di Piquiá. A malapena un pugno di donne e uomini: poco più di mille persone, divise in 312 famiglie. Eppure questi “Davide del Maranhão” (Stato dove si trova Piquiá a circa 200 chilometri dalla miniera che, però, è situata nel Pará) – riunitisi in una combattiva associazione e sostenuti dai missionari comboniani, dalla parrocchia di Santa Luzia e dal centro per i diritti umani Carmen Bascarán – hanno sfidato, dal 2005, i “Golia del ferro”, oltre al governo, locale e nazionale. Fino a strappare loro l’impegno di trasferire l’intero quartiere in una zona sicura e lontana dall’inquinamento del “pig iron”. Ci sono voluti poi cortei e sit-in per ottenere un posto adatto. Ora, però, il terreno – di 38 ettari – ha già un nome evocativo: “Piquiá da Conquista”. Là sorgeranno le nuove case e infrastrutture, finanziate per due terzi dall’esecutivo nazionale. Il resto della cifra, i residenti lo chiedono alla Vale. «L’edificazione deve ancora cominciare. Non è, dunque, pensabile il trasloco prima di altri due anni. Sempre che il cambio al vertice di Brasilia non faccia slittare ulteriormente i tempi», aggiunge Joselma. Il 31 agosto, l’ex presidente Dilma Rousseff – che aveva firmato l’atto del trasferimento – è stata rimossa in seguito a un procedimento di impeachment. Al suo posto, si è insediato l’ex vice – nel frattempo passato all’opposizione – Michel Temer. «Le prime dichiarazioni della nuova Amministrazione in materia ambientale non sono incoraggianti: si è pronunciata più volte a favore dell’agrobusiness e del latifondo – prosegue la donna, insegnante come la madre, da cui ha ereditato, oltre alla professione, il ruolo di “pasionaria” ecologica –. Abbiamo paura che il trasferimento rallenti di nuovo…». E l’attesa è dura per chi vive in mezzo alla polvere rosso-corvino. «Peggio, è un’agonia», dice padre Dario Bossi, comboniano e responsabile del gruppo Iglesia y minería della Rete ecclesiale pan amazzonica (Repam). Il missionario varesino, da oltre dieci anni in Brasile, accompagna la comunità nella battaglia per la giustizia. E per la salute. «È la stessa lotta. A Piquiá, a meno di cinquanta metri dalle siderurgiche, vivono umili lavoratori, buona parte con salari minimi, e disoccupati». Già, perché nonostante il municipio di Açailândia, grazie al ferro, produca un terzo del Pil del Maranhão, uno su quattro dei suoi abitanti è povero, il 10 per cento è in condizioni di miseria estrema.

Piquiá, su cui si accanisce l’inquinamento, è un quartiere popolare. Un recente studio coordinato da Paolo Bossi e Roberto Boffi, due medici dell’Istituto Tumori di Milano, ha dimostrato che il 28 per cento dei residenti della zona presenta alterazioni della funzionalità polmonare. Un tasso fino a sei volte maggiore «di quello che normalmente si trova in una popolazione simile per età, sesso e nazionalità», spiegano gli esperti. Il deficit si manifesta in una serie di disturbi: «affanno, tosse, ipersecrezione bronchiale – aggiungono Bossi e Boffi –. Col tempo, poi, tali soggetti sono più a rischio di contrarre infezioni respiratorie broncopolmonari e di ammalarsi di tumore». Non è, però, “solo” la polvere a tormentare le 312 famiglie di Piquiá. «L’altro grande problema è il “serpente di ferro”», scherza padre Dario. La gente ha ribattezzato così l’enorme treno che, con i suoi 330 vagoni, attraversa per 24 volte al giorno la comunità. Estratto nella Serra al ritmo di 100 milioni di tonnellate l’anno e “ripulito” – l’intero sistema è descritto nel dettaglio nel libro-inchiesta di Beatrice Ruscio, “Legami di ferro” (Narcissus) –, il minerale raggiunge il porto di São Luis, da dove viene esportato in tutto il mondo. Italia inclusa: tra i destinatari c’è anche l’Ilva di Taranto. Il ferro percorre i quasi 900 chilometri di distanza a bordo di una mastodontica ferrovia, costruita ad hoc da Vale. I binari attraversano ventisette municipi e un centinaio di comunità sparse per la regione. Tra cui Piquiá de Baixo.

«L’impatto è devastante. Il passaggio di ogni treno, lungo ben 4 chilometri, dura almeno quattro minuti. Il che vuol dire che per oltre un’ora e mezza – dato che i convogli quotidiani sono 24 – la vita a Piquiá deve fermarsi. Lo sferragliare è assordante, impossibile parlare. La terra trema, crepando i muri delle abitazioni – dichiara il missionario –. La locomotiva, inoltre, taglia in due il quartiere: i residenti devono aspettare che sia passata per andare da una parte all’altra. Spesso qualcuno, soprattutto i bambini, è impaziente. E, poiché non c’è alcuna protezione, prova a sfidare il treno. In genere, però, perde: abbiamo almeno una vittima ogni mese e mezzo». A breve, inoltre, la frequenza dei convogli dovrebbe essere intensificata, fino a portarla a 36 al giorno. «Non voglio immaginare come sarebbe allora la nostra esistenza. Dobbiamo andarcene prima – sospira Josefa –. Combatteremo fin quando il trasferimento non diventerà realtà». I “Davide di Piquiá” sono determinati. Perché, come amano ripetere, «nella lotta persistente, nella tenacia di chi non abbassa la testa, già si trova un frammento di vittoria».

3. Continua

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