La legge sulla blasfemia. Pakistan, Chiesa in preghiera per Asia Bibi


martedì 21 ottobre 2014
Giornata di mobilitazione per la donna condannata a morte per blasfemia. E anche le ong si muovono: dalla Commissione per i diritti umani alla Christian Solidarity Worldwide, associazioni e fondazioni si appellano alla Corte suprema perché esamini in fretta e con imparzialità il ricorso. Veglia di preghiera a Madrid. SALVIAMO ASIA BIBI, IL DOSSIER

A lei oggi a Roma il Premio per la libertà religiosa | Il direttore risponde
La Chiesa pakistana celebra oggi la Giornata di digiuno e preghiera per Asia Bibi, condannata a morte per blasfemia e in attesa del ricorso alla Corte suprema, ultimo passaggio per scongiurare l'uccisione di una innocente. Il vescovo di Islamabad-Rawalpindi Rufin Anthony - riporta l'agenzia AsiaNews - sottolinea che "preghiamo per Asia Bibi, la sua famiglia, per Zafar Bhatti e le altre persone imprigionate a causa delle leggi sulla blasfemia". Intanto la speranza è appesa alla Corte suprema. Quando esaminerà il caso di Asia Bibi, condannata alla pena di morte con l'accusa di blasfemia, si spera possa farlo "prendendo in considerazione tutti gli aspetti del caso". Lo scrive in un appello la Commissione per i diritti dell'uomo del Pakistan (Hrcp), autorevole ong che ha avuto i suoi martiri nella battaglia ingaggiata contro la legge anti-blasfemia, utilizzata spesso contro i cristini, come nel caso di Asia Bibi. L'ultimo martire, lo scorso maggio, Rashid Rehman Khan, avvocato e coordinatore nazionale dell'Hrcp, ucciso nel Punjab dalle pallottole degli estremisti. La settimana scorsa la condanna alla pena capitale per Asia Bibi, accusata da due persone di aver insultato l'islam, è stata confermata dall'Alta Corte di Lahore. In un comunicato la Commissione sostiene che "il risultato dell'appello di Asia Bibi all'Alta Corte ha deluso molti ed ora tutti gli occhi sono puntati sulla Corte Suprema". "Il Pakistan - si dice ancora - è in una situazione difficile perché la legge sulla blasfemia, ed il modo in cui viene applicata, non sono stati sottoposti ancora ad una necessaria revisione. Mentre continuiamo ad attenderci che il sistema giudiziario non mancherà di rispondere alle speranze di giustizia per una povera donna - sostiene infine la Commissione - il compito principale in futuro riguarderà i legislatori e gli ulema. Perchè se essi non si renderanno conto dell'impatto che questa legge sta avendo sul modo di pensare della gente e sulla alimentazione dell'intolleranza in Pakistan, dovremo affrontare difficoltà anche maggiori".Sulla vicenda di Asia Bibi, è intervenuto ieri anche Haroon Barkat Masih, direttore della “Masihi Foundation”, impegnata in Pakistan per il miglioramento della vita dei cristiani e anche nella difesa di cristiani ingiustamente accusati di blasfemia: "Ci sono troppi interessi in gioco dietro al caso di Asia Bibi. Troppi poteri forti e troppe pressioni che, alla fine, coprono e finiscono per calpestare la verità dei fatti”, ha detto in un colloquio con l’Agenzia Fides. “Continuiamo a sperare perché, da cristiani, la nostra fede alimenta la speranza. Continuiamo a pregare per Asia Bibi e per il suo rilascio, perché il Signore la protegga e la consoli”, dice Masih. “Ma ci sono molti elementi che non inducono all’ottimismo. Basti ricordare che sulla testa di Asia pende ancora una taglia, promessa da un imam, che premia chi la ucciderà”. Secondo Barkat, “le pressioni e la mobilitazione internazionale possono essere utili”, ma soprattutto “è necessaria la volontà politica del governo e delle massime autorità pakistane” se si vuole porre fine a un storia segnata da evidenti ingiustizie. Ma il Premier attuale, Nawaz Sharif, “in passato ha dato ampio spazio a gruppi estremisti e approvato la legge sulla blasfemia per calcolo politico: dunque non sembra quello più adatto a prendere posizione contro tali pressioni”. “La corruzione e il desiderio di sfruttare il caso per fini economici è un altro aspetto presente” aggiunge Haroon Barkat. Il direttore ricorda infine che alla Corte Suprema la sentenza di condanna può essere ribaltata e che, anche in caso di condanna, il Presidente del Pakistan avrebbe sempre potere di concedere la grazia. Anche l'ong “Christian Solidarity Worldwide” (CSW), in una nota inviata a Fides, chiede che l'udienza davanti alla Corte Suprema, terzo e ultimo grado di giudizio, sia fissata presto. La richiesta non è campata in aria: in Pakistan i ricorsi alla Corte Suprema, che vanno presentati entro 30 giorni dal verdetto di appello, vengono esaminati in media tre anni dopo l’avvenuta registrazione. Il 16 ottobre l'Alta Corte di Lahore, secondo grado di giudizio, ha respinto il ricorso di Asia Bibi contro la condanna a morte per blasfemia comminatale nel 2010. CSW nota la crescente influenza dei gruppi estremisti in Pakistan, che spesso sfocia nel “fabbricare accuse di blasfemia, ma anche in minacce e uccisioni degli accusati, o dei loro avvocati e giudici”. “Asia Bibi ha subito condizioni massacranti in quasi cinque anni di detenzione nel braccio della morte, in gran parte trascorsi in isolamento. La sua salute ha sofferto e ha avuto anche severe restrizioni per i visitatori. Il caso in appello ha subito molti rinvii e non sono mancati messaggi intimidatori a giudici e avvocati”, nota CSW.  CSW ed altre Ong e fondazioni, come la “Cecil & Iris Chaudhry Foundation”, auspicano che “la Corte Suprema del Pakistan faccia davvero giustizia in questo caso, e che prevalga lo stato di diritto”. Di recente la Corte Suprema ha parlato in favore delle minoranze religiose in Pakistan, notando discriminazione e violenza a loro danno e invitando il governo a creare il “Consiglio nazionale per i diritti delle minoranze”.Maulana Muhammad Mehfooz Ali Khan, del Consiglio per l'ideologia islamica, ricorda che lo scopo delle leggi è quello di "proteggere la sacralità della religione e il profeta Maometto". Tuttavia, aggiunge, "nessun innocente dovrebbe essere vittima in nome della religione" e gli abusi compiuti "vanno condannati". 
© Riproduzione riservata

ARGOMENTI:

Mondo

Alessandro Zaccuri
Ci sono volute 48 ore ma alla fine Donald Trump ce l’ha fatta: ha pronunciato le parole che tutti, in patria e altrove, si aspettavano dal presidente degli Stati Uniti dopo i fatti di Charlottesville