venerdì 22 settembre 2017
Il vescovo Abou-Khazen: la sfida è vincere la paura. Per questo, dopo 4 anni di assedio, abbiamo riaperto centri sociali e scuole. Solo la Chiesa dà assistenza a 2mila orfani, figli di jihadiste
Ad Aleppo, dopo 4 anni di assedio, si torna a sperare fra le macerie

Ad Aleppo, dopo 4 anni di assedio, si torna a sperare fra le macerie

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E' stato come un incontro tra fratelli, dopo tanti anni di lontananza», spiega Georges Abou-Khazen, vescovo dei latini di Aleppo, mercoledì sera ospite del Centro culturale di Milano. La «liberazione» della città, lo scorso 23 dicembre, è raccontata da quella foto con l’albero di Natale ad Aleppo Ovest diventato pure un simbolo di laica speranza. Un primo incontro, dopo anni di separazione, fra i cittadini di Aleppo Ovest e quelli di Aleppo Est. Una “speranza, tra le macerie” – questo il titolo della serata – lasciate da un assedio lungo quattro anni. Il vescovo di Aleppo mostra pure le foto dei missili inesplosi nel giardino del collegio francescano o le aule devastate del centro professionale, come la sala adibita a ricovero dove un anziano è morto sotto le granate. Ma anche macerie di chiese, come del minareto della grande moschea degli Omayyadi, ugualmente distrutto.Un prima e un dopo l’assedio, visto con gli occhi della piccola comunità cristiana di rito latino.

Ora «viviamo una nuova tappa, nella guerra siriana», afferma Abou-Khazen. Gli echi della battaglia di Deir ez-Zor e dell’assedio finale a Raqqa, la capitale del Califfato in Siria, per bocca del vescovo francescano giungono più drammatici nel cuore di Milano. Una nuova tappa di chi ora si sente al riparo dal tonfo sordo delle bombe, ma è difficile voltar pagina. Una «sfida» che interroga la comunità cristiana di Aleppo. Un tempo, con 300mila cristiani, la terza comunità del Medio Oriente. Ora è un piccolo gregge di sopravvissuti. La speranza, in termini politici è «uno Stato moderno dove diversi gruppi etnici e religiosi possano vivere insieme». Un auspicio, forse, di riforme future nel regime. Solo un accenno.Intanto, dietro lo slogan «#BelieveinAleppo», c’è una quotidianità da ricostruire.


Le sfide: «Riconciliare gli spiriti e saper perdonare. Superare il terrore e il trauma della guerra, in particolare tra i bambini e i giovani», spiega il vescovo Abou-Khazen mentre mostra le foto del centro estivo dei francescani riaperto questa estate grazie all’Associazione di Terra Santa.I centri sociali e le scuole della comunità cristiana sono stati riaperti pure per i «figli della guerra». Duemila minori – addirittura 6mila secondo stime governative – senza genitori, nati dalle donne accorse nelle brigate jihadiste. «Ora vivono in campi profughi, abbandonati senza assistenza, documenti e a rischio di sfruttamento», spiega il vescovo. Coscienze da ricostruire, vite spezzate da riannodare. Il futuro resta ancora troppo incerto, con pochi profughi che ritornano perché non c’è sicurezza e nemmeno lavoro: «Noi, come tutte le minoranze, abbiamo paura». Restare, che da decenni è un resistere per i cristiani in Siria. La Chiesa di Aleppo sta preparando un Sinodo interrituale tra i sei vescovi cristiani presenti in città: «Come i discepoli di Emmaus ci interrogheremo su come riconoscere il Risorto». La speranza è una «Siria moderna e laica» dove ci sia «libertà di coscienza».


La chiave, per il vescovo di Aleppo, è sempre «il perdono per rompere la spirale di violenza». Virtù cristiana, ma contagiosa: «Anche il Gran muftì ha perdonato chi ha ucciso il figlio», conclude Abou-Khazen. Nessuno menziona le accuse ad Assad sull’uso di armi chimiche, le torture nelle carceri, i raid da entrambi i fronti (governativo e ribelle) sugli ospedali e le deportazioni. Anche questo la Siria dovrà perdonare.

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