sabato 6 luglio 2019
Frutto di due anni di negoziati, nasce oggi un mercato da un miliardo di persone. Il Continente si unisce per lo sviluppo e per fermare «l'invasione» dall'estero
Una fabbrica tessile di Abigjan, l'ex capitale della Costa D'Avorio (Lapresse)

Una fabbrica tessile di Abigjan, l'ex capitale della Costa D'Avorio (Lapresse)

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Stuzzicadenti cinesi, latte olandese, zucchero francese, cioccolato svizzero, tovaglioli canadesi. In un qualsiasi minimarket africano gli scaffali sono pieni di prodotti importati da mezzo mondo. Eppure molti di questi stessi beni potrebbero essere acquistati da Paesi molto più vicini, Ghana, Marocco, Nigeria, Sudafrica e altri Paesi africani che dispongono di una base industriale sufficiente. Perché, quindi, i rivenditori si sono finora approvvigionati da produttori più lontani? La risposta è da cercare in quel groviglio di regole commerciali e tariffe doganali che hanno reso finora il mercato intra-africano estremamente costoso, scomodo e vittima di lungaggini, con conseguenze negative su occupazione e crescita economica di un continente intero.

Ebbene, tutto ciò è destinato a cambiare in maniera epocale domenica 7 luglio, quando un vertice straordinario dell’Unione Africana (Ua) sancirà l’avvio operativo dell’Accordo continentale africano di libero scambio (l’acronimo internazionale è AfCFTA), un’intesa che ha avuto finora il sì di 52 Paesi sui 55 del continente e che è destinata a creare un’Africa senza dazi, in grado di far crescere le aziende e le industrie locali, il commercio e l’occupazione.

Frutto di due anni di negoziati, l’accordo garantirà che beni e servizi abbiano accesso a un mercato unico di un miliardo di persone e oltre due miliardi di dollari di Pil, un’unione doganale con libero movimento di beni e capitali. I Paesi parte dell’accordo dovranno infatti ridurre il 90% dei dazi sui prodotti importati da altri Stati africani, che beneficeranno quindi di notevoli riduzioni di prezzo sui mercati locali, avvantaggiandosi rispetto ai beni provenienti dal resto del mondo.

Insomma, in un momento storico in cui gli Stati Uniti scaricano il partenariato trans-Pacifico e in cui il Regno Unito prova con la Brexit a tirarsi fuori dal mercato unico europeo, l’Africa si muove in un’altra direzione, fondando la più vasta area di libero scambio dalla creazione dell’Organizzazione mondiale del commercio del 1995. Restano fuori, per ora, solo Benin, Eritrea e Nigeria, ma quest’ultima, prima economia del continente, potrebbe firmare presto per l’adesione. Secondo le Nazioni Unite, il commercio intra-africano aumenterà del 52,3% e, una volta che saranno eliminati anche i dazi residui dopo un periodo di dieci anni, lo stesso commercio continentale arriverà a raddoppiare. «Se si guarda alle economie africane, il loro principale problema oggi è la loro frammentazione: sono economie molto piccole rispetto al resto del mondo – sottolinea Albert Muchanga, commissario al Commercio dell’Unione Africana –. Ora stiamo rimuovendo questa frammentazione, per attrarre investimenti a lungo termine e su larga scala».

La frammentazione delle tariffe e delle regole ha limitato finora il commercio intra-africano a un 17% del totale, un livello molto basso rispetto al 59% dell’Asia e al 69% dell’Europa. Di recente anche l’uomo più ricco d’Africa, il nigeriano Aliko Dangote, ha fatto notare che per una sua azienda di cemento è quasi impossibile vendere cemento in Benin, a pochi chilometri di distanza, a causa delle autorità locali che hanno finora facilitato le importazioni di cemento cinese. L’aumento del commercio intra-continentale servirà inoltre a diversificare la creazione di posti di lavoro, dai servizi alle manifatture.

Abidjan (Ap)

Abidjan (Ap)

Il commercio solo con Paesi esterni al continente tende infatti a basarsi sull’invio delle materie prime nelle fabbriche cinesi o europee, il che si traduce in meno posti di lavoro a livello locale e in una maggiore esposizione ai prezzi delle materie prime sui mercati finanziari globali. Secondo molti osservatori, l’accesso a un unico grande mercato senza dazi incoraggerà i produttori a spingere sulle economie di scala: un incremento della domanda porterà a un incremento della produzione e a un conseguente abbassamento dei costi unitari. I consumatori, insomma, pagheranno meno per prodotti e servizi, le aziende potranno assumere più lavoratori e per gli Stati le entrate fiscali aumenteranno.

Anche le donne, responsabili per oltre il 70% dei commerci informali a cavallo tra le frontiere, beneficeranno di regimi commerciali semplificati e dazi ridotti per le loro piccole attività. In generale, l’accordo, se ben gestito, ha il potenziale per trasformare l’Africa da continente dipendente dagli aiuti in una nuova frontiera degli investimenti. C’è chi ritiene, inoltre, che il libero mercato possa far da preludio a una Comunità economica e a un’Unione monetaria africana – con ricadute positive anche sulla riduzione di conflitti e tensioni nel continente –, anche se è presto per queste ipotesi.

Certo è che, se tutto andrà secondo i piani, l’accordo intra-africano porterà anche a nuove intese commerciali con i Paesi al di fuori del continente. Questa volta, però, così come già accade oggi per l’Unione Europea, l’Africa potrà fare fronte comune e provare a ottenere condizioni migliori per uno sviluppo sostenibile. Gli osservatori, peraltro, sottolineano che l’accordo debba andare di pari passo con politiche che salvaguardino le economie più piccole e a rischio, in modo da evitare l’allargarsi delle disuguaglianze attraverso un continente in cui i livelli di crescita sono quanto mai eterogenei.

Basti pensare che oltre il 50% del Pil africano è frutto di soli tre Paesi, Egitto, Nigeria e Sudafrica. Molti mercati africani emergenti sono economie tradizionali che si basano su attività agricole di tipo familiare, che certo non possono competere con colossi dell’agro-business di livello continentale. Fare in modo che nessuno resti indietro davanti a questa nuova opportunità sarà fondamentale per una crescita davvero inclusiva.

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