Usa. L'11 settembre di Trump alza un «muro» di paura


Elena Molinari, New York sabato 9 settembre 2017
Cresce la xenofobia e resta il timore di attentati. Nella prima metà del 2017 il numero dei crimini di odio nei confronti di persone dall’aspetto arabo o latinos è esploso
(Ansa)

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Sono passati 16 anni dal tragico martedì mattina quando 19 dirottatori sauditi scagliarono quattro aerei di linea sul suolo americano, uccidendo quasi 3mila persone e segnando per sempre la psiche statunitense. Ma da allora meno di dieci bombardamenti o sparatorie negli Usa sono state definite terroristiche, e tutte sono state portate a termine da cosiddetti lupi solitari (solo in tre casi da due persone, come i due cecchini della cintura di Washington, i fratelli Tsarnaev nel caso della maratona di Boston e la coppia Rizwan Farook e Tashfeen Malik per gli attacchi di San Bernardino). La relativa assenza di nuovi episodi sanguinosi e di complotti di matrice terroristica ha fatto diminuire gradualmente, a partire dal 2003, la paura di attentati fra il pubblico statunitense. Almeno fino allo scorso anno.

Nel 2016 infatti i sondaggisti hanno cominciato ad assistere a un’impennata nei timori dell’opinione pubblica di cadere vittima di un terrorista: circa il 70% degli americani oggi considera un grave attacco «imminente». I recenti episodi che hanno seminato orrore in Europa ne sono certamente una causa. La retorica di Donald Trump sicuramente un’altra. Il primo 11 settembre per il tycoon alla Casa Bianca arriva infatti alla fine di una campagna elettorale durante la quale il magnate ha definito il mondo «un caos orribile, molto pericoloso», ha dichiarato la sua intenzione di impedire ai musulmani di entrare negli Usa come misura di sicurezza e di costruire un muro al confine con il Messico e ha equiparato l’immigrazione di latinos dal confine meridionale del Paese a un’invasione di potenziali terroristi. «Persone cattive e con cattive intenzioni entrano in massa ogni giorno», ha detto il presidente dopo l’elezione. «Dobbiamo essere vigilanti e duri, abbiamo bisogno del travel ban come misura di sicurezza!», ha twittato quando un giudice ha sospeso il suo ordine di congelare quello che è stato subito ribattezzato come «muslim ban», il limite agli ingressi di viaggiatori provenienti da sei Paesi musulmani.

Non sorprende allora che gli americani abbiano paura. Né che gli episodi di ostilità e violenza nei confronti degli immigrati, soprattutto latinoamericani e arabi, siano ai livelli massimi degli ultimi 16 anni.
Nella prima metà del 2017 il numero dei crimini motivati da xenofobia nei confronti di persone dall’aspetto arabo o sudamericano è aumentato del 91 per cento rispetto allo stesso periodo del 2016, che è stato il peggior anno per tali incidenti da quando le organizzazioni Usa per o diritti civili (Aclu) ha iniziato ha documentarli nel 2013. Secondo lo stesso gruppo, i primi 100 giorni di Trump alla presidenza hanno visto un picco di incidenti islamofobici, anche da parte dei funzionari dell’immigrazione ai confini. La notizia di numerosi episodi di residenti permanenti Usa ai quali è stato temporaneamente impedito di rientrare in America a causa delle loro origini arabe o fede musulmana ha spinto una dozzina di scuole superiori ad annullare gite in Canada nel timore che alcuni studenti sarebbero stati trattenuti al confine.
Ma se tre quarti degli americani vivono nella paura del terrorismo, tutti gli immigrati negli Usa vivono nel terrore della deportazione. Gli attacchi dell’11 settembre avevano già irrigidito la politica migratoria americana, allontanando la prospettiva di una regolarizzazione di milioni di illegali senza precedenti penali - riforma che era a un passo dall’essere approvata i primi di settembre del 2001.

E l’ascesa al potere di Trump ha dato un nuovo giro di vite alle regole sugli ingressi e sulla permanenza negli Usa. Il repubblicano ha eliminato il programma contro le deportazioni dei genitori senza documenti di minori americani o residenti permanenti e ha abrogato il Daca, che protegge dall’espulsione 800mila giovani portati negli Stati Uniti dai loro genitori senza documenti quando erano bambini.
Che nessuno di loro si sia mai macchiato di un atto di terrorismo è irrilevante agli occhi del tycoon. L’America è in pericolo, ricorda a ogni occasione ai suoi connazionali, e deve chiudere le sue porte e circondarsi da alti muri se non vuole vivere un altro 11 settembre.

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