Maya, Eliran, Stav e gli altri: fa ancora male la memoria dei ragazzi del Nova Festival
di Lucia Capuzzi, inviata a Reim
Il pellegrinaggio di parenti e amici a Reim, dove il 7 ottobre 2023 Hamas ha massacrato 364 ragazzi. Altri 44 furono fatti prigionieri

«Il mio sangue scorrerà per sempre fra le pietre». Per una manciata di minuti, le note dell’inno dell’Arsenal si diffondono lente, in omaggio a Jake Aaron Marlowe, tifoso accanito della squadra di calcio londinese, come ricorda la bandiera sul basamento del paletto con la sua foto. Uno delle centinaia di “steli di metallo” sbocciati nella radura del Neghev. Terminata l’ultima strofa, il coro di amici s’interrompe. E su Reim torna il silenzio. Non si ode più il sibilo acuto degli allarmi. Il tonfo delle esplosioni stavolta non scuote l’aria né la terra dorata. A tre chilometri di distanza, la guerra su Gaza continua. Almeno, però, il cessate il fuoco di un anno fa ha messo fine ai bombardamenti a tappeto. L’assenza di suoni troppo a lungo familiari è la cifra distintiva del terzo anniversario nel luogo-simbolo del giorno più lungo e crudele di Israele. La grande distesa del Festival Nova che nella notte tra il 6 e il 7 ottobre 2023 aveva riunito oltre 3mila giovani da tutto il Paese.
L’irruzione dei miliziani di Hamas alle 6.29 ha trasformato l’evento in carneficina: 364 ragazzi inseguiti mentre fuggivano verso la statale 232 e massacrati con proiettili e granate fin dentro i rifugi insieme a 14 poliziotti, quasi un terzo delle 1.200 vittime complessive. Altri quarantaquattro – sul totale di 251 ostaggi – sono stati catturati e trascinati nella Striscia come prigionieri. Piccoli altari in loro memoria sono disseminati ai bordi della lingua d’asfalto che congiunge Tel Aviv al Sud e al Memoriale di Reim, costruito dal Kkl-Jnf, Keren kayemeth LeIsrael- Jewish national fund, organizzazioni storiche della galassia sionista. «Impossibile dimenticare», come si legge sulla targa adesiva che i volontari distribuiscono nell’ultimo tratto del percorso. Per questo, la spianata è tradizionalmente l’epicentro delle commemorazioni organizzate dalla società civile, riunita nel Consiglio di ottobre. Alternative – se non contrapposte – a quelle del governo. Ancor più in questo 7 ottobre di vigilia elettorale: manifestazioni sono state realizzate in oltre quattrocento città, in una maratona cominciata all’alba a Reim e andata avanti fino all’evento notturno a Tel Aviv.
Fra venti giorni, 6,8 milioni di cittadini andranno alle urne per rinnovare il Parlamento. Per il 62 per cento – come ha rilevato l’ultimo sondaggio dell’Israel democracy institute – l’attacco di Hamas e le sue conseguenze saranno cruciali nella scelta. L’incognita è in quale direzione la orienteranno: se a favore della “linea dura” incarnata dal premier Benjamin Netanyahu o verso un cambiamento dopo il «fallimento totale», come è stato scritto con le sagome di un migliaio di corpi sulla spiaggia Trumpeldor di Tel Aviv. Mentre il primo ministro è rimasto a Gerusalemme, dove ha acceso una candela e ha promesso su X di «fare i conti con tutti gli assassini», il principale sfidante, il centrista Gadi Eisenkot, e il progressista Yari Golan, hanno scelto proprio il Memoriale del Nova per rendere omaggio ai caduti.
Seppure i candidati sono rimasti in posizione defilata, il valore politico del gesto è evidente. Anche il presidente, Isaac Herzog, si è recato al Memoriale, lanciando un appello all’unità: «Siamo un popolo solo». Il Paese, in realtà, non è mai stato tanto lacerato. Le rilevazioni elettorali finora profilano un testa a testa fra la coalizione al potere e l’opposizione. «Ormai mi aspetto di tutto. Non avrei mai creduto che per tre anni nessun rappresentante del mio Paese si facesse vivo. Ma è accaduto. Niente condoglianze, niente scuse, nemmeno un «mi dispiace». Sarebbe stato sufficiente questo: «Mi dispiace». In quanto cittadina anche francese ho ricevuto il sostegno del presidente Emmanuel Macron e del sindaco della mia comunità, Petah Tivka. Dal governo israeliano niente», racconta con amarezza Michal Bitton, madre della 22enne Maya, uccisa insieme al fidanzato, Eliran Mizrahi, di 23 anni, «al Nova dai terroristi dopo aver atteso l’aiuto dei soldati per cinque ore e due minuti. Perciò non ho più fiducia nemmeno nelle forze armate. Fra due anni, il mio terzo figlio, Gabriel, sarà chiamato per il servizio di leva: non vorrei che andasse», prosegue la donna, tra promotrici del momento di memoria di ieri mattina. Una folla di familiari, amici, conoscenti ma anche studenti e soldati venuti con tour organizzati, camminano fra le rocce e i papaveri di ceramica, “kalanit”, il fiore rosso del deserto, simbolo di rinascita. Michal sa che è importante custodire la memoria ma di solito preferisce ricordare la figlia in privato: «Mi reco qui un sabato al mese. Prendo l’auto, guido, mi fermo e penso a Maya, da sola. Mio marito non mi accompagna: ha iniziato a osservare lo Shahbat. Dall’attacco si è avvicinato a Dio mentre io ho preso a litigarci». Sarah, mamma di Stav Barazani, assassinata a 22 anni, invece, è riuscita a venire solo due volte al Memoriale. «Mi fa troppo male», dice, mentre –. Questa sofferenza non finirà mai. Andare avanti? Non l’ho fatto: dormo, mi sveglio, faccio quello che devo, come un automa». Ilan piange davanti all’immagine dell’amico, Dor Avitan, 26 anni, musicista di Sderot: «Era la mia famiglia. Come fai a vivere quando te la strappano?». «L’unica risposta che mi sono dato è lottare affinché una simile catastrofe non si ripeta», gli fa eco Jonah, 35 anni, che ha perso due amici nel conflitto nella Striscia. Parla si dirige verso il parcheggio con passo accelerato. Ha fretta, è una giornata intensa. Vuole tornare a Tel Aviv in tempo per le altre proteste.
«Prima non ero un attivista, ora sì. Mia moglie è a Gerusalemme, davanti alla Knesset, dove sono state portate alcune carcasse di auto bruciate durante l’assalto al Nova. Altri amici hanno fatto i picchetti davanti alle case di Netanyahu, a Cesarea e a Gerusalemme, quella del presidente del Parlamento, Amir Ohana a Tel Aviv, quella del ministro della Giustizia Yariv Levin a Modiin e quella del titolare dell’Istruzione Yoav Kisch a Hod HaSharon». Millenovantasei giorni dopo, il 7 ottobre appare tutt’altro che terminato. «Non potrà concludersi fino a quando non sapremo la verità – ha sottolineato un comunicato diffuso da famiglie in lutto, sopravvissuti alla prigionia e al massacro, parenti degli ostaggi –. Per questo chiediamo all’opinione pubblica israeliana di schierarsi al nostro fianco: per ricordare, per esigere risposte e per garantire che si traggano gli insegnamenti necessari».
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