L'urlo della figlia di Luis, arrestato dall'Ice

Lo scatto, che ha vinto il World press photo, è icona delle crescenti sofferenze dei bambini per il moltiplicarsi delle crisi internazionali
April 23, 2026
Una bimba grida e si aggrappa alla maglietta del padre mentre l'uomo viene portato via dagli agenti dell'Ice
La foto di Carol Guzy è stata insignita del World press photo 2026/ Ansa Carol Guzy, ZUMA Press, iWitness, for Miami Herald
La bocca spalancata sembra ingoiare il resto del volto. Le guance, le narici, il mento. Ridotti a fessura, gli occhi si vedono appena. La bambina senza nome e il suo grido muto. Di lei si sa solo che è una dei tre figli dell'ecuadoriano Luis, residente a New York con la famiglia. E che, lo scorso agosto, l'ha accompagnato all'udienza per regolarizzare la propria situazione al tribunale Jacob K. Javits, situato a Lower Manhattan. Non ha potuto fare niente quando agenti mascherati dell'Immigration and customs enforcement l'hanno arrestato all'uscita dall'aula e trascinato al decimo piano dell'edificio, centro di detenzione temporanea improvvisato nel cuore della Grande Mela. Un buco nero in cui sono stati risucchiati migliaia e migliaia di migranti senza precedenti penali: i loro fermi sono schizzati dal 2.450 per cento dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e all'eliminazione delle cosiddette "zone sicure" per i migranti - scuole, chiese, ospedali, tribunali -, vietate alle forze di sicurezza. La ragazzina non conosce i numeri. Si rende conto, però, che il padre sta per esserle strappato, forse per sempre. Cerca, così, di evitarlo. Invano.
La piccola mano arpiona la maglietta del padre, la stoffa tesa all'inverosimile sembra strapparsi, mentre il cammino dell'uomo verso l'espulsione prosegue inesorabile. Alla bimba non resta che raccogliere le ultime forze e farle esplodere in un urlo. In quel momento la immortala lo scatto di Carol Guzy, riuscendo a convertire in immagine il dirompente impatto sonoro del clamore. La foto ha indubbiamente vinto il World press photo 2026 per il suo valore artistico e civile. Ma in essa c'è di più. Il lamento della bimba di Luis è icona della sofferenza di tutti i figli e le figlie delle crisi in atto nel pianeta, sempre più martoriato. I figli e le figlie della Terza guerra mondiale a pezzi.
La foto di Carol Guzy, però, formalmente non racconta combattimenti, prima linea o fronti. Ne ritrae le conseguenze che si abbattono come un macigno sulle spalle dei più fragili. I bambini, soprattutto, vittime innocenti per antonomasia. Lontani dai "palazzi del potere", dai luoghi dove, con una macchia d'inchiostro o un messaggio social, si decidono le politiche mondiali, sono loro i primi a patire la privazione del presente e il furto del futuro perpetrato da conflitti, esodi, cataclismi economici. Agli occhi annebbiati dei Grandi, i piccoli non sono nemmeno più «danni collaterali»: rientrano direttamente in categorie «sacrificabili». Parole che Carol Guzy è capace di sintetizzare in uno scatto. Nel quale echeggia con potenza drammatica l'interrogativo dostoevskijano: «Se tutti devono soffrire, per comprare con la sofferenza l'armonia eterna, che c'entrano i bambini?». Da Gaza al Libano, dall'America Latina della narcoguerra al Myanmar, la domande resta senza risposta. Ma porsela è l'unico modo per restare umani. 

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