Trump ai minimi di consenso (33%). Tutti i passi falsi del presidente

di Elena Molinari, New York
Dopo le dimissioni dei tre ministre, altre teste in bilico. I migranti, il caso Epstein e il lavoro sono i punti deboli
April 23, 2026
Trump ai minimi di consenso (33%). Tutti i passi falsi del presidente
In meno di due mesi, Donald Trump ha licenziato tre membri del suo gabinetto. Fra Kristi Noem, segretaria alla Sicurezza interna, la procuratrice generale Pam Bondi e la segretaria al Lavoro Lori Chavez-DeRemer il denominatore comune è l’impossibilità di soddisfare un presidente che pretende risultati immediati, o agnelli sacrificali, per risollevare la sua presidenza da uno dei momenti più difficili di entrambi i mandati. Per questo altri siluramenti sarebbero alle porte. Noem era stata scelta per incarnare la linea dura sull'immigrazione, uno dei temi più forti per Trump in campagne elettorale. Ma quella stessa visibilità ha finito per irritare la Casa Bianca. Le cronache parlavano di campagne pubblicitarie costose con lei come protagonista e di un utilizzo discutibile dei fondi del dipartimento, quindi di una presunta relazione con il suo principale collaboratore. L’uccisione di due cittadini americani in Minnesota, Alex Pretti e Renée Good ha costretto l’Amministrazione a cambiare corso e ha fatto di Noem un capro espiatorio. Il caso di Pam Bondi è ancora più emblematico. L'ex procuratrice generale della Florida era stata scelta per guidare un dipartimento di Giustizia che Trump considera uno braccio della propria agenda politica, a cominciare dalla campagna di ritorsione contro i suoi nemici. Ma Bondi non ha saputo consegnare al suo capo le punizioni selettive con la velocità che il presidente si aspettava.
Il problema più grave, però, è stato il dossier sul traffico sessuale di minori organizzato da Jeffrey Epstein. La gestione di quei file da parte di Bondi ha attirato l'attenzione su un tema che Trump avrebbe voluto far sparire. Il 2 aprile, Bondi è stata sostituita ad interim con Todd Blanche, avvocato penalista del presidente. La terza uscita, quella di Lori Chavez-DeRemer non è meno significativa. L’ex deputata dell'Oregon era stata una scelta relativamente moderata per il dipartimento del Lavoro e non aveva mai trovato un posto solido nell'ecosistema Maga. Le sue dimissioni lunedì scorso sono state accompagnate da voci di presunti contratti irregolari che avrebbero coinvolto il marito e il padre. Il fatto che tutte e tre le uscite riguardino donne non è passato inosservato. Il secondo gabinetto Trump non era mai stato particolarmente rappresentativo dal punto di vista femminile ed ora è ulteriormente sbilanciato.
Le tre uscite, inoltre, potrebbero non essere le ultime. Secondo fonti citate da Politico, Trump è frustrato nei confronti del segretario al Commercio Howard Lutnick, e il clima descritto da chi frequenta la Casa Bianca è quello di un’Amministrazione in cerca di un reset, consapevole di trovarsi in un momento pericoloso. L’approvazione presidenziale è infatti ai minimi di entrambi i mandati, fra il 33 e il 36%. La guerra in Iran consuma ossigeno politico senza produrre la vittoria che Trump aveva promesso. I prezzi della benzina continuano a salire. E una parte della base evangelica e giovanile mostra segnali di insofferenza. Ma la storia insegna che i cambi di volti attorno al presidente non fanno rimontare i suoi tassi di approvazione. Lo si è visto fin dall’inizio della seconda Amministrazione Trump.
Il consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz era stato spostato all’Onu nel maggio 2025, dopo gli scontri interni e lo scandalo della chat segreta di gruppo che aveva incluso accidentalmente il direttore dell’Atlantic. Gregory Bovino, il leader della Border Patrol, è stato mandato in pensione dopo le due morti in Minnesota. Elon Musk ha lasciato il ruolo di consigliere speciale dopo aver sollevato la questione della presenza del nome di Trump nei dossier Epstein. Eppure i sondaggi sul commander-in-chief non hanno fatto che peggiorare. In questo clima si inserisce la notizia dell'azione legale intentata dal direttore del Fbi Kash Patel contro The Atlantic e la giornalista Sarah Fitzpatrick. Il settimanale ha scritto che Patel ha un problema di alcolismo tale da rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale. Patel ha definito l’articolo «una menzogna» e ha depositato una causa da 250 milioni di dollari, ma c’è già chi assicura che i suoi giorni a Washington sono ormai contati.

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