Israeliani e palestinesi sfidano la guerra:
«Uniti dal dolore, chiediamo la pace»

Il blocco dei visti dai Territori e le minacce non hanno fermato gli attivisti. Robi Damelin (Parents circle): «Tanti i partecipanti ai due eventi paralleli. Incredibile»
April 23, 2026
Israeliani e palestinesi sfidano la guerra:
«Uniti dal dolore, chiediamo la pace»
Roby Damelin (seconda da sinistra) / ALAMY
«Quest’anno i media sono stati molto più aperti nel parlare della nostra cerimonia, e un gran numero di persone ha espresso il desiderio di prendervi parte, anche se la struttura che ci ospitava a Tel Aviv non poteva accogliere più di 2mila partecipanti. A Gerico, in Cisgiordania, la cerimonia parallela ha raccolto più di 200 palestinesi. Fatto incredibile di questi tempi». Percorre le crepe nel muro della tragedia, le tracce scavate in silenzio dal lavoro dell’ostinata speranza, Robi Damelin, 79 anni, storica portavoce del Parents circle family forum (Pcff), l’organizzazione israelo-palestinese che riunisce le famiglie segnate dalla perdita di un parente nell’interminabile conflitto. Come se l’odio avesse esaurito le sue risorse, lasciando vivere l’unico strumento della riconciliazione, la parola.
Cresciuta nel Sud Africa dell’apartheid, Robi Damelin ha perso il secondogenito David, riservista dell’Idf ucciso nel 2002 a Hebron durante la Seconda Intifada. Da più di trent’anni, attraverso numerose iniziative, il Pcff cerca di rendere collettivo l’azzardo liberatorio della pace, trovata dall’individuo nell’intimo labirinto del dolore. Nella sera di martedì, mentre Israele si fermava per ricordare come ogni anno i caduti di tutte le sue guerre, il solenne “Giorno della Memoria” seguito dal “Giorno dell’Indipendenza”, le due anime del Pcff si parlavano a distanza.
Nella penombra di Gerico come in quella di Tel Aviv, i volti contratti dal pianto, la sfida al nazionalismo di una luminosa minoranza. «Non mi piace andare alle cerimonie di Stato, c’è sempre un politico che parla e non ho bisogno di un giorno ufficiale per ricordare il mio bambino. C’erano migliaia di persone al cimitero, ed è stato così triste vedere la nuova sezione, con i nuovi loculi. Per cosa? Penso alle madri, e alle madri palestinesi. So esattamente cosa accade nel loro cuore», spiega Damelin ad Avvenire. «Cosa ho fatto per dover sopportare tutta questa sofferenza?», si è chiesta durante il collegamento che ha unito le due cerimonie Khulud Houshiya, madre di un giovane palestinese ucciso dai soldati israeliani a Jenin. E di un altro chiuso in carcere senza processo. «Pensiamo che il sangue chiami solo altro sangue, e che nuovi omicidi non daranno a noi, né ai nostri figli, l’opportunità di vivere in pace», ha aggiunto. «Ci riuniamo mentre la guerra infuria intorno a noi. Dalle rovine, osiamo chiedere come possiamo andare avanti, come sarà il primo giorno dopo la fine della guerra», ha detto Abu Ahmad, che piange il figlio Ahmad.
Prima del 7 ottobre 2023, quando era possibile per i palestinesi ottenere i visti, la cerimonia del Pcff univa fisicamente le famiglie. La celebrazione di martedì si è tenuta in sordina. L’anno scorso 200 attivisti di estrema destra si erano raccolti davanti a Ra’anana, dove si svolgeva l’evento, e avevano assaltato chi cercava di prendervi parte, nella sinagoga di Beit Shmuel. Ieri la polizia israeliana ha comunicato di aver chiuso l’inchiesta. Nessuno, riporta il quotidiano Haaretz, ha dovuto affrontare un processo.
Ma esiste un’altra Israele, oltre il funesto radicalismo, e un’altra comunità internazionale, oltre la pavidità dei governi: «Dal 7 ottobre sono stata otto volte in America, due volte in Italia. E poi a Londra, e in Austria, e in molti altri luoghi. Le persone stanno cercando un altro messaggio, un’altra realtà. Dobbiamo fermare il conflitto, accogliere una visione diversa, che porti la pace», insiste Robi Damelin. Da utopia, la pace deve diventare strumento politico: «Amo il mio Paese – spiega la madre israeliana –, ma voglio vivere in un luogo dove regni la giustizia, e ciò che i coloni fanno in Cisgiordania, talvolta con il sostegno dell’esercito, è inaccettabile. Il mondo, se ha a cuore Israele, deve prestare attenzione a ciò che accade, altrimenti il nostro futuro sarà molto pericoloso».

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