La battaglia del Catatumbo, epicentro della nuova violenza in Colombia
di Lucia Capuzzi, inviata a Tibú
Con lo Stato assente, la "capitale della coca" è contesa fra i gruppi armati. Oltre centomila gli sfollati nell'ultimo anno

La motocicletta si ferma di colpo, facendo inchiodare l’auto e l’altro motorino che la seguono a distanza ravvicinata. Jaime, ritto sul sellino, digita freneticamente sulla tastiera del cellulare. «Sto chiedendo l’autorizzazione», spiega. Senza, non si entra a La Esperanza, quartiere alla periferia di Tibú. Nemmeno per portare aiuti.
Nel capoluogo del Catatumbo colombiano i checkpoint sono invisibili quanto difficilmente valicabili. Conoscere fin dove avanzare è fondamentale. Le vedette sono ovunque, mimetizzate nel groviglio di stradine sterrate e casette di cemento. Il via libera arriva dopo una lunga pausa. I miliziani dell’Ejercito de liberación nacional (Eln) sono nervosi. I dissidenti delle Farc – quanti hanno rifiutato di lasciare le armi dopo l’accordo del 2016 – sono nei paraggi, come conferma il rumore sordo delle esplosioni e l’arrivo a La Esperanza di alcune decine di sfollati. A qualche chilometro di distanza, fra le montagne, i gruppi armati rivali combattono per il controllo della coca di cui Tibú è capitale globale. Le sue piantagioni si estendono per 22mila chilometri, il record mondiale. Il sottosuolo, inoltre, racchiude petrolio, carbone, acqua. Lo scontro a oltranza in Catatumbo è, al contempo, sintesi del panorama bellico nazionale e internazionale. L’assenza dello Stato è cronica, come si vede dalle buche sull’asfalto. Negli ultimi dieci anni, la sua incapacità di colmare il vuoto lasciato dalla principale guerriglia ha aperto la via all’avanzata di bande vecchie e nuove. Abbandonata ogni motivazione, reale o presunta, ideologico-politica, queste ultime lottano per il dominio del territorio e delle sue risorse. Gli abitanti finiscono strangolati dalla morsa. Nel giro di un anno, oltre centomila sono stati sfollati: la peggior crisi umanitaria degli ultimi due decenni. Ad aggravarla, la paralisi di commercio e economia a causa dei continui blocchi dei gruppi armati. Il Catatumbo non è un caso isolato. Scenari simili si ritrovano in Bolívar, sud del Chocó, Sierra Nevada di Santa Marta e Cauca. Non sorprende, dunque, che, a dieci anni dall’intesa con le Farc, ancora la violenza sia il perno intorno a cui ruota la campagna per le presidenziali del prossimo 31 maggio.
Il trattato di pace ha rappresentato una svolta storica. Le carenze nell’implementazione, però, ne hanno limitato gli effetti, soprattutto in termini di sicurezza e di riparazione per le vittime. Con le legislative del mese scorso, si è conclusa la prima fase: senza i dieci seggi riservati, Comunes, formazione nata dal disarmo delle Farc, è rimasta fuori dal Parlamento. La sinistra, però, con il Pacto histórico, il partito al governo con Gustavo Petro, è stata la forza più votata. Non è scontato, però, che riesca a ripetere il buon risultato alle prossime elezioni. Lo scarto tra il suo candidato, Iván Cépeda, e la leader della destra, Paloma Valencia, è minimo. Probabilmente la vittoria si deciderà al ballottaggio del 21 giugno. E insieme ad essa se la pace in Colombia passerà alla fase due, ripartendo dagli accordi del 2016, o resterà impantanata nella nuova guerra.
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