«India-Pakistan, il conflitto congelato che rischia di riaccendersi»
di Luca Miele
L'analista Natasha Lindstaedt: «La gente ha voglia di pace ma le leadership sono pronte a capitalizzare le tensioni irrisolte»

Di una cosa è certa Natasha Lindstaedt, docente all’University of Essex: le popolazioni di India e Pakistan vogliono vivere in pace. Ma i rischi di nuove, incontrollabili, eruzioni di violenza – con le leadership dei due Paesi pronte a “capitalizzare” le tensioni irrisolte – restano alti. E allarmanti.
Il conflitto tra India e Pakistan è un conflitto in qualche modo “dormiente”. Quali sono le probabilità che si trasformi in una guerra su vasta scala, al di là delle eruzioni di violenza episodiche in Kashmir?
Siamo davanti a un conflitto congelato che occasionalmente riesplode, nonostante entrambe le parti affermino di non essere interessate a una guerra. La parte pachistana ritiene che sia il premier indiano Narendra Modi a voler strumentalizzare il conflitto per consolidare il proprio potere. Gli indiani, a loro volta, sostengono invece che il Pakistan dia rifugio a terroristi. Nella fiammata dello scorso anno, con scambi di missili da ambedue le parti, New Delhi ha accusato Islamabad di aver sostenuto i militanti responsabili degli attacchi, senza però specificarne il nome. Islamabad continua a respingere le accuse.
Al di là della propaganda, quali sono gli obiettivi delle due leadership?
Sotto la guida di Modi, l'India è diventata rapidamente più autocratica. Il Pakistan, a sua volta, è guidato dai militari da decenni. In un certo senso c’è un rispecchiamento tra le due leadership. Sia i regimi militari che le autocrazie multipartitiche possono vedere il conflitto come un modo per ottenere o riconquistare una legittimità “ferita”. Un rischio destinato ad aumentare soprattutto se i governi al potere dei due Paesi dovessero ritenere che il loro consenso politico si stia sgretolando.
Qual è il filo rosso che ha avvitato l’India e Pakistan in un conflitto decennale? È di natura etnica, territoriale o religiosa?
Il conflitto tra India e Pakistan in Kashmir riguarda sia il territorio – poiché la regione è ricca di minerali – sia la religione, dato che il Jammu e Kashmir è l'unica regione indiana a maggioranza musulmana. Molti indù vivevano in quella regione, ma la maggior parte l'ha abbandonata negli anni '90, allo scoppio del conflitto. Alcuni sono tornati, e New Delhi ritiene che sia necessario proteggerli dai militanti che il Pakistan sostiene. Essendo ricco di minerali come borace, zaffiro, grafite, marmo, gesso e litio, il Kashmir riveste un'importanza strategica. È inevitabile che accenda gli appetiti dei due Stati. È inoltre culturalmente e storicamente importante sia per il Pakistan che per l'India.
Quali sono i maggiori rischi oggi, dopo gli scontri dello scorso anno? I due Paesi potrebbero ricorrere alle armi nucleari?
Non credo ci sarà una guerra nucleare tra i due Paesi. Sebbene l'intelligence statunitense ritenga che un conflitto nucleare sia un rischio, è più probabile lo scenario di una guerra di droni e attacchi terroristici. L'India è classificata tra le prime cinque nazioni al mondo per potenza militare dalla rivista Military Watch, il Pakistan si posiziona al nono posto. Sebbene nessuno dei due Paesi abbia mai utilizzato armi nucleari in un conflitto, sussiste sempre il timore che questa norma possa essere infranta. L'India possiede 180 testate nucleari, mentre il Pakistan ne ha circa 170. La preoccupazione è che anche un piccolo scambio nucleare tra i due paesi potrebbe causare la morte di 20 milioni di persone in pochi giorni.
Quale potrebbe essere il ruolo degli Stati Uniti? La perdita di credibilità di Washington può in qualche modo influenzare o alterare lo scenario asiatico?
Gli Stati Uniti affermano di poter mediare, ma durante l'ultimo conflitto entrambe le parti hanno negato il coinvolgimento americano. A complicare ulteriormente la situazione, il ruolo degli Stati Uniti come mediatori nelle crisi in Asia meridionale si è ridotto. Sotto Donald Trump, non si può contare su Washington. Tutto ciò rende molto più difficile la de-escalation di questo conflitto.
Che ruolo ha oggi la propaganda dei gruppi più estremisti? In che modo la loro azione contribuisce a inquinare i rapporti tra le popolazioni?
Entrambe le parti desiderano vivere in pace, ma la propaganda viene iniettata da gruppi estremisti. Gruppi come le Tigri del Kashmir e il Fronte di Resistenza si servono dei media per diffondere la propria ideologia, glorificare i leader caduti e minacciare i governi attraverso la condivisione di video e immagini, anche tramite piattaforme come Telegram. Un tipo di presenza digitale che amplifica la loro influenza.
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