Papa Francesco, il primo santo dell’arte

Oggi, nella Rocca maggiore di Assisi, apre la mostra di Michelangelo Pistoletto sulla “canonizzazione laica” di Bergoglio. L’esposizione dell’artista biellese resterà aperta fino al 4 ottobre. «Gli avevo regalato una copia della croce pettorale che il Pontefice aveva sempre portato. L’aveva rigirata tra le mani per ore. Poi la decisione»
April 23, 2026
Papa Francesco, il primo santo dell’arte
Antonio Spadaro con l'artista biellese Michelangelo Pistoletto e una delle sue opere
La mattina del 22 ottobre 2025 il mio telefono squillò a un’ora insolita. Era Michelangelo Pistoletto, da Biella. Era sveglio dalle quattro. Tre giorni prima gli avevo regalato una copia della croce pettorale che Jorge Mario Bergoglio aveva portato per tutto il pontificato. Pistoletto l’aveva rigirata tra le mani per ore, ed era arrivato a una conclusione. «Francesco ha voluto morire da artista», mi disse. «Fare un’opera d’arte in sé stesso. Non avrei mai immaginato questo esito, ma l’ho sentito forte. Dovevo farlo». Il «farlo» era una proclamazione: papa Francesco, morto da sei mesi, sarebbe diventato il Primo Santo dell’Arte. E subito fece degli schizzi a matita per documentare l’intuizione. Oggi (23 aprile), nella Rocca Maggiore di Assisi, Pistoletto formalizzerà il gesto nel contesto più denso che si possa immaginare. La mostra «Franciscus. Fratello in arte» apre nella fortezza medievale che incorona la città di san Francesco e resterà aperta fino al 4 ottobre – ottocento anni esatti dalla morte dell’altro Francesco, quello che parlava ai lupi e scriveva poesie al sole. La coincidenza non è discreta, e non vuole esserlo. Nel primo pomeriggio, al Palazzo Monte Frumentario lungo via San Francesco, una tavola rotonda aprirà l’evento. La prestigiosa rivista FlashArt – fondata nel 1967 e sismografo di critica militante e avanguardie – gli dedica un inserto speciale.
La grammatica particolare di Pistoletto è insieme concettuale e profondamente fisica. La proclamazione assume la forma di un video: l’artista è riflesso in uno dei suoi Quadri Specchianti – le pitture a superficie riflettente che realizza dal 1962, nelle quali l’immagine dello spettatore entra nel campo dell’opera – mentre un suo avatar digitale pronuncia le parole della santificazione. La voce sintetica spoglia l’atto di ogni retorica; lo specchio lo rende corale. Chiunque si trovi davanti all’opera diventa, nella logica di Pistoletto, partecipe della canonizzazione. È il più pistolettiano dei gesti: l’eliminazione della distanza tra arte e vita, spettatore e attore, sacro e quotidiano. Se l’idea suona audace, ha una genealogia. Nel 1977, Pistoletto comprese che «l’arte assume la religione» e il suo lavoro spirituale. L’innesco della santificazione di Francesco, mi raccontò Pistoletto, fu la televisione. Poche settimane dopo la morte di Francesco, avvenuta il 21 aprile 2025 l’artista aveva visto le immagini della tomba a Santa Maria Maggiore. La semplice lastra col nome Franciscus inciso, la croce tradotta in scultura: Pistoletto in quella croce riconobbe «un pastore che regge sulle spalle un agnello. Dietro di lui si estende un paesaggio formato da un gregge di pecore, che insieme disegnano l’orizzonte. In alto, dal cielo, scende una colomba». Ha proseguito: «con questo pettorale papa Francesco ha scelto di portare su di sé, durante e dopo la vita, la dolcezza di un paesaggio spirituale, anziché la durezza di una croce sacrificale».
A dicembre la proclamazione era stata formalizzata a Cittadellarte, la fondazione che Pistoletto aveva istituito a Biella nel 1998 come laboratorio per applicare il pensiero artistico a ogni settore dell’attività umana – politica, economia, educazione, spiritualità. Assisi è il passaggio successivo e necessario: portare il gesto fuori dallo studio e collocarlo in uno spazio pubblico della più alta densità storica e spirituale possibile. Ciò che rende il gesto qualcosa di più di un’esercitazione concettuale è il grado in cui la visione dell’arte di Bergoglio converge con quella di Pistoletto. Nell’estate del 2013, poco dopo l’elezione, trascorsi tre lunghi pomeriggi a intervistare il nuovo Papa per La Civiltà Cattolica e le riviste dei gesuiti del mondo. Gli chiesi se la creatività contasse nella vita di una persona. Quasi gridò: «È estremamente importante!». Poi mi fece due nomi – non teologi, non santi, ma pittori. «In pittura ammiro Caravaggio: le sue tele mi parlano. Ma anche Chagall, con la sua Crocifissione bianca…». Pausa. «Io amo gli artisti tragici». Non intendeva la tragedia nel senso elevato, attico. Intendeva il Neorealismo, i testi del tango, la poesia della strada – l’arte che sanguina alla stessa altitudine del suo pubblico. Per Bergoglio, un classico non era un’opera certificata da una cerchia di raffinati intenditori: era un’opera che tutti, in qualche modo, potessero sentire come propria. La definizione, mi disse, la prendeva da Cervantes.
Non era estetismo. Era, semmai, il suo contrario. L’arte, nella visione di Francesco, era vita e discorso sulla vita: voce dei sogni e delle inquietudini umane, forma di «coscienza critica della società». Il suo dominio non era un mondo separato, colto, aulico, sostanzialmente borghese. La sua era un’estetica radicalmente popolare, e riguardava tanto la produzione quanto la fruizione dell’arte. Amava le sculture che Alejandro Marmo ricavava da scarti industriali a Buenos Aires. Amava le litografie surrealiste di Victor Delhez, che usò per i biglietti pasquali del 2014. Amava la pietà popolare – le edicole votive, i santi di gesso, gli ex voto – perché costituiva, come diceva lui, una riserva aurifera di immagini forti, radicate nell’immaginario collettivo di un popolo, capaci di raccogliere anche i sogni che la vita ordinaria silenzia o scarta. «L’arte non è una cosa sradicata», dichiarò inaugurando il museo etnologico Anima Mundi in Vaticano. «L’arte nasce dal cuore dei popoli».
Un bozzetto a matita di Michelangelo Pistoletto
Un bozzetto a matita di Michelangelo Pistoletto
C’era, poi, una posta strettamente teologica. Per Bergoglio l’arte affrontava uno dei problemi più gravi della fede: come immaginare in modo adeguato le verità in cui crediamo – come dare, secondo le parole della Lettera agli Ebrei, «sostanza alle cose sperate, evidenza alle cose che non si vedono». «Abbiamo bisogno di immagini potenti», diceva, e non parlava in senso figurato. Era radicalmente anti-iconoclasta, difensore delle immagini sacre e di quelle artistiche, anche se sapeva che richiedono discernimento e non vanno mai assolutizzate. In una lettera che mi scrisse per il suo ultimo libro dal titolo – scelto dallo stesso pontefice, tra l’altro – Viva la poesia! (Ares) annotava: «Caro fratello, viva la poesia, perché senza poesia e letteratura siamo come un frutto secco». Pistoletto, che da sei decenni insiste sul fatto che l’arte non è un lusso ma una pratica di trasformazione responsabile, ha sentito nelle parole di Bergoglio qualcosa che somigliava a una conferma. Nel libro che abbiamo pubblicato insieme, Spiritualità (Marsilio), la presenza del Papa è costante – come interlocutore, compagno di viaggio nella convinzione che l’immaginazione è, come Francesco disse una volta a un gruppo di artisti, «il superamento dell’ovvio». Al Maxxi di Roma, tre settimane dopo la morte del Papa, Pistoletto fu esplicito: «Papa Francesco è stato per me un artista. Non per professione, ma per aspirazione. La sua capacità di animare pensiero e vita lo rende tale. Era un uomo capace di religare, di unire senza rimanere confinato in sistemi rigidi. Per me, Francesco non è morto. Come mio padre, rimane una presenza viva».
Canonizzarlo artisticamente, dunque, significa riconoscere un modello di umanità: la visione pastorale e non predatoria dell’uomo; la simbologia della cura e della pace contrapposta alla logica della forza imperiale; la consonanza profonda tra l’essenzialità del linguaggio di Bergoglio e l’essenzialità dell’Arte Povera. La proclamazione non deriva da criteri religiosi. Deriva da ciò che l’opera stessa riconosce: un allineamento tra due visioni di ciò a cui l’arte serve. Entrambi credono che debba uscire dal museo e scendere tra la gente. Entrambi credono che la pace si costruisca con la creatività prima che con la diplomazia. Pistoletto parla da anni di «pace preventiva» e ha promosso una Tavola interreligiosa fondata sull’arte, convinto che lo spazio creativo sia il luogo in cui le religioni possono incontrarsi per generare un futuro condiviso. La nuova mostra alla Rocca Maggiore si dispone lungo un asse verticale che scende dalla fortezza al bosco alla valle: il gesto del 2026 è saldato a una presenza permanente. Pistoletto, che non è uomo di coincidenze, osserva che Assisi in quest’anno concentra due piani nello stesso luogo: resta la città di san Francesco e, insieme, il centro di un anno commemorativo che segna otto secoli dalla morte del santo. Il Papa che ne scelse il nome, l’artista che chiama il Papa «fratello», il santo che chiamava fratello ogni creatura. L’arte non crea santi in senso teologico. Crea figure esemplari, nodi simbolici che orientano il pensiero e l’azione. Con questa canonizzazione Pistoletto istituisce una nuova forma di santità — non religiosa ma civile, estetica, trasformativa. Il Primo Santo dell’Arte è colui che ha mostrato che la spiritualità può diventare responsabilità condivisa e che una vita, vissuta con sufficiente intenzione, diventa opera d’arte.

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