La marcia della scuola contro il bullismo: «Nessuno cresce da solo»
Gli istituti della diocesi di Bergamo lunedì in pellegrinaggio nel paese di Papa Giovanni XXIII per dire no a ogni tipo di sopraffazione. Il rettore Poletti: «Camminiamo insieme per capire che nessuno va lasciato solo»

Tutti in marcia contro il bullismo e le sue derive digitali. L’Opera Sant’Alessandro, che riunisce le nove scuole della diocesi di Bergamo (dall’infanzia alle superiori), chiuderà l’anno di lezioni con un gesto denso di significato: lunedì mattina gli studenti andranno in pellegrinaggio al Giardino della pace di Sotto il Monte, paese natale di Papa Giovanni XXIII, scelto come meta simbolica che richiama alla fratellanza e alla comprensione reciproca. «Non è semplicemente una giornata conclusiva dell’anno scolastico, ma un vero e proprio cammino educativo comune, nel quale desideriamo testimoniare un impegno condiviso contro ogni forma di prevaricazione, isolamento e violenza relazionale – sottolinea don Emanuele Poletti, rettore dell’Opera - Il bullismo e il cyberbullismo, nelle loro molteplici forme, interpellano profondamente la missione educativa delle nostre scuole e chiamano ciascuno – adulti e ragazzi – a una responsabilità concreta. Per questo abbiamo scelto di vivere questo momento come un’esperienza di comunità: camminare insieme significa riconoscere che nessuno cresce da solo e che la scuola è luogo di alleanza educativa e di costruzione di legami buoni».
Si andrà dunque a Sotto il Monte fianco a fianco, in circa 1.800 tra alunni, docenti e genitori, per dare «un segno tangibile di unità educativa -prosegue don Poletti -: un’occasione per dire insieme che la scuola non è solo luogo di apprendimento, ma spazio di crescita integrale della persona, in cui mente, cuore e volontà sono accompagnati in un percorso armonico di maturazione, fondato su rispetto e cura reciproca». Sarà una giornata ricca di contenuti: l’Opera ha infatti preparato un “manifesto” che mette nero su bianco l’impegno sincero contro i prepotenti di turno, e che sarà consegnato ai partecipanti. Il documento è il frutto di un lavoro di scrittura collettiva che ha visto la partecipazione attiva di studenti di tutte le età: i ragazzi più grandi hanno elaborato i testi, mentre i bambini della scuola dell’infanzia e della primaria hanno offerto il proprio contributo attraverso disegni e parole semplici. «Non è uno sterile elenco di divieti, ma una promessa di custodia reciproca – spiega il rettore -. I punti cardine si articolano attorno a cinque verbi declinati all’imperativo, che uniti formano l’acronimo Opera: osserviamo, proteggiamoci, empatizziamo, rispettiamo, amiamo». Cinque verbi da fare propri sin da piccoli, per imbastire relazioni basate su mani allungate verso i compagni non per sopraffarli, ma per sostenerli. «Facciamo scudo a chi è in difficoltà. Rompiamo il muro dell’isolamento e dell’omertà. Avere coraggio significa usare la propria voce per difendere chi, in quel momento, non riesce a farlo da solo» evidenzia uno dei passaggi più significativi del manifesto. Inevitabile anche il richiamo ai pericoli dell’online e al cyberbullismo, che amplifica i soprusi tra giovanissimi con effetti devastanti.
«Si tratta di una sfida educativa che risuona profondamente anche nel panorama culturale contemporaneo, segnato dall’avvento dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie - evidenzia don Poletti - Nella recente enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica humanitas , un capitolo è dedicato alla “Centralità della Scuola”. Il Pontefice sottolinea come i sistemi formativi debbano ripensarsi per sostenere una crescita realmente integrale degli studenti e sollecita la formazione continua dei docenti, affinché guidino i giovani a un uso responsabile, critico e creativo degli strumenti digitali, evitandone l’influsso passivo». Un tasto dolente, perché secondo il rettore proprio su questo fronte «su cui a volte siamo presenti, a volte purtroppo no. La sfera digitale è davvero un mondo a parte, da presidiare meglio». Per non scivolare nel baratro virtuale tocca aggrapparsi con forza al reale. «C’è bisogno di fisicità - conclude don Poletti -. Ecco perché andremo a piedi a Sotto il Monte. Vogliamo far comprendere ai nostri ragazzi che camminando insieme si va lontano».
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