In campo contro lo sfruttamento: a Viterbo c'è la squadra dei braccianti
di Cinzia Arena
Una trentina di ragazzi con la passione per il calcio sostenuti dalla Uila hanno trovato casa in un campo della parrocchia. Il vescovo Piazza: «Volano straordinario di inclusione»

L’allenamento la domenica, unica giornata libera. La voglia di stare insieme e fare squadra, dentro e fuori il campo da calcio. Arriva da Viterbo e dalle campagne della Tuscia, coltivate prevalentemente ad ulivi, una storia di inclusione che ha come protagonisti i braccianti e come “facilitatori” la Chiesa e il sindacato. Un gruppo di ragazzi africani giocava in un campetto di periferia abbandonato, entrando da una rete divelta. Un giorno però l’area è stata riqualificata e il proprietario, un privato, ha fatto capire a questi calciatori per svago che non erano i benvenuti. Da quella porta sbattuta in faccia è nata un’opportunità e una squadra che denuncia e combatte lo sfruttamento in agricoltura, piaga che purtroppo continua a mietere vittime. Il nome è già un programma: Asfa, associazione sportiva football africano. «Un ragazzo del Togo si era rivolto a noi per questioni sindacali e ci ha chiesto una mano d’aiuto per trovare un posto dove giocare» raccontano Antonio Biagioli e Daniele Camilli della segreteria della Uila, il sindacato dei lavoratori agricoli della Uil che ha aggiunto la sua sigla al nome della squadra. Come uno sponsor, ma di quelli che ci mettono il cuore. L’impegno della diocesi è stato altrettanto forte e concreto. Innanzitutto tramite lo sportello di orientamento al lavoro, per mezzo del quale «cerchiamo di restituire dignità e speranza» sottolinea il vescovo di Viterbo Orazio Francesco Piazza e in seconda battuta mettendo a disposizione gli spazi. «La Chiesa si pone come soggetto attivo di mediazione sociale un’azione che significa tessere una rete di corresponsabilità capace di fare sentire ogni persona protagonista nella costruzione di un mondo più giusto» continua il vescovo. Una sinergia che si riflette nell’integrazione dei migranti e che trova nello sport «un volano straordinario». La squadra di calcio dei braccianti «è una realtà che mostra come il gioco sappia farsi linguaggio alto di inclusione culturale, trasformando il campo in un laboratorio di fraternità e riscatto» conclude Piazza.

Oggi sono una trentina i calciatori di Asfa, di dieci nazionalità diverse. Arrivano soprattutto dall’Africa - Senegal, Gambia, Ghana, Camerun -, alcuni sono in Italia da anni, molti hanno lasciato la famiglia nei Paesi d’origine. Il calcio rappresenta un modo per combattere la solitudine e trascorrere qualche ora spensierata. Ma non è un’attività isolata, si inserisce in un vasto piano di progetti avviati dalla Uila corsi di italiano per ottenere l’attestato A2 che consente ad esempio di avere il permesso di lunga durata di dieci anni, un ciclo di incontri, una vera e propria “Università dei braccianti” e la proposta di “adottare” un parco cittadino per contrastare con la presenza lo spaccio di droga e il degrado. «La logica degli interventi è quella di fare qualcosa di concreto, creare comunità senza distinzione tra italiani e stranieri. Dignità, libertà, diritti le parole chiave del sindacato. Abbiamo avuto la fortuna di avere il sostegno del vescovo e della parrocchia di Santa Maria della Verità che ha messo a disposizione il campetto dell’oratorio per gli allenamenti» spiega Biagioli. In questi due anni ci sono state tante amichevoli con altre squadre locali e poi, la partecipazione con la maglia del “Barco Murialdina” al campionato di terza categoria. Si tratta di un progetto unico nel suo genere, l’unica squadra di braccianti in Italia, che ha avuto il sostegno della Uila nazionale e della segretaria Enrica Mammucari, e sarà tra gli ospiti d’onore al congresso di Roma il prossimo 11 giugno.

I braccianti in provincia di Viterbo sono circa 9mila, la stragrande maggioranza sono stranieri. Arrivano dall’Africa ma sempre più spesso da India, Pakistan e Bangladesh. «Il caporalato ha subito una mutazione importante negli ultimi anni che noi denunciamo da tempo: non c’è più l’italiano che fa da intermediario tra l’imprenditore e i braccianti e trattiene l’80% della retribuzione. Oggi c’è un sistema organizzato, un vero e proprio mercato di flussi. Gli immigrati pagano 5-10mila euro per arrivare in Italia, per loro si tratta di cifre enormi, racimolate a fatica. Una volta qui devono restituire il debito e si ritrovano prigionieri di chi gli ha procurato il lavoro, sono praticamente ridotti in schiavitù. Non parlano l’italiano e non hanno alcuna idea dei loro diritti» continua Biagioli. Ma non ci sono solo i ricatti e le violenze. Per fortuna nel territorio della Tuscia c’è anche chi si mobilita per accogliere i più fragili, partendo dalle cose più semplici. Un esempio il regalo, arrivato proprio dopo una partita dell’Asfa, fatto dal sindaco di Vetrella, piccolo comune in provincia di Viterbo. Lo scorso dicembre ha donato, a titolo personale, una decina di biciclette ai braccianti. «Il sindaco Sandrino Aquilani e suo fratello Massimo, imprenditore, hanno fatto questo gesto per dare un segnale preciso. La bicicletta non è solo un mezzo per recarsi nei campi in maniera autonoma, e la tragedia di Amendolara dimostra quanto anche il trasporto sia in mano al racket, ma serve per fare una passeggiata e sentirsi liberi» spiega Camilli. Perché anche lo svago è uno strumento di accoglienza, Una bici e due tiri ad un pallone possono fare la differenza.

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