«L'attacco Usa in Venezuela? Illegale ma per Washington non ci saranno conseguenze»

Per Michael J. Glennon, tra i massimi esperti di diritto costituzionale negli Stati Uniti, il blitz americano a Caracas è paragonabile all'offensiva della Russia sull'Ucraina
January 7, 2026
Il costituzionalista Micheal Glennon
Il costituzionalista Michael J. Glennon
Prima il blitz in Venezuela, poi le rinnovate pretese sulla Groenlandia, le minacce alla Colombia, il pressing su Messico e Cuba. Nell’ordine mondiale che Donald Trump immagina basato sulla forza e sugli interessi Usa, più che sul diritto, sembra non esserci troppo spazio per le riflessioni. «Ancora una volta i leader americani agiscono sulla base dell’illusione che rimuovere una leadership elimini automaticamente le cause profonde dei problemi di un Paese. Ma il punto è che costi legali e costi politici raramente coincidono»: a sottolinearlo è Michael J. Glennon, professore di Diritto costituzionale e internazionale alla Fletcher School della Tufts University, nel Massachusetts, uno dei più autorevoli studiosi statunitensi sul tema dell’uso della forza e dell’ordine giuridico globale. Già consulente del Senato Usa, da anni Glennon sostiene che il diritto internazionale viva una profonda frattura tra norme formali e pratica delle grandi potenze.
Da un punto di vista giuridico, in che modo l’attacco al Venezuela potrebbe ridefinire le relazioni degli Usa con alleati e avversari?
L’attacco avvantaggia gli avversari degli Stati Uniti e indebolisce, seppure in misura limitata, la sicurezza dei loro alleati. Oggi è più difficile per Washington sostenere che la Russia abbia agito illegalmente in Ucraina o che la Cina agirebbe illegalmente attaccando Taiwan. Sia alleati che avversari Usa sanno che ciò che guida Washington è la valutazione del potere disponibile per perseguire i propri interessi nazionali e il rapporto costi-benefici dell’uso della forza. E nella maggior parte dei casi, gli Stati Uniti non considerano la violazione del diritto internazionale un costo eccessivo.
Esiste un divario crescente tra le regole formali sull’uso della forza e la prassi degli Stati?
Quel divario esiste da molti anni, ma oggi è semplicemente più evidente a causa delle azioni palesemente illegali di Russia e Stati Uniti in Ucraina e in Venezuela. Né Washington né Mosca fanno ormai grandi sforzi per ricondurre le proprie azioni dentro il quadro giuridico internazionale. Questo è l’elemento nuovo. Fino a poco tempo fa, almeno, era importante presentare un pretesto legale. Colpisce invece che gli Stati Uniti non abbiano tentato di giustificare l’attacco al Venezuela come intervento umanitario, come operazione per ristabilire la democrazia o i diritti umani, o nemmeno come applicazione della “responsabilità di proteggere”.
L’attacco Usa al Venezuela troverebbe qualche giustificazione nella Carta delle Nazioni Unite?
No. La Carta Onu consente l’uso della forza contro uno Stato solo in due casi: in risposta a un attacco armato oppure su autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, cosa non avvenuta. Anche ammettendo un’interpretazione estensiva della Carta che consenta l’uso della forza contro la minaccia di un attacco imminente, la partecipazione al traffico di droga, se pure fosse vera, non costituirebbe un attacco imminente tale da giustificare l’uso della forza per cambiare un regime e “governare” un Paese.
I sostenitori dell’operazione affermano che il diritto internazionale non si sia adattato alle nuove sfide della sicurezza…
Né l’Ucraina né il Venezuela rappresentavano una nuova tipologia di minaccia per Russia e Stati Uniti. Si tratta di una minaccia vecchia e ben nota: l’ingerenza straniera all’interno delle rispettive sfere di influenza. Le grandi potenze hanno sempre mantenuto sfere di influenza nelle quali era politicamente consentito intervenire, anche se non legalmente. Allo stesso tempo, si riteneva non consentito l’intervento di potenze esterne in quelle sfere. Il “problema”, dal punto di vista giuridico, è che il diritto internazionale ha vissuto in un universo parallelo, fingendo di non vedere che le superpotenze sono governate da regole di fatto diverse rispetto agli altri Stati.
Quali conseguenze giuridiche potrebbe subire gli Stati Uniti?
Realisticamente, nessuna. Gli Stati Uniti non hanno accettato la giurisdizione delle corti internazionali rilevanti e dispongono del potere necessario per rendere la vita estremamente difficile a eventuali Stati terzi che tentassero di sostenere il Venezuela in quelle sedi o alle Nazioni Unite. Gli alleati degli Stati Uniti lo sanno bene, come dimostra l’ipocrisia di molti leader europei nel condannare l’azione russa in Ucraina ma non quella americana in Venezuela. Questo non significa che Washington non subirà costi non giuridici, che potrebbero essere anche elevati a seconda di come l’operazione si svilupperà.
In che modo il caso Venezuela incide sul principio di sovranità statale?
L’attacco statunitense conferma che alcuni Stati sono più sovrani di altri. Ma a questo punto dovrebbe essere una vecchia notizia. La stessa Carta Onu sancisce l’ineguaglianza sovrana attribuendo il diritto di veto a cinque Stati nel Consiglio di Sicurezza, negandolo a tutti gli altri. L’operazione in Venezuela ricorda agli Stati che vivono nelle sfere di influenza delle superpotenze di essere sovrani di seconda classe. Vivono all’ombra dei “velociraptor”, e né il diritto né altro li proteggono davvero.
Siamo allo smantellamento dell’ordine giuridico sull’uso della forza nato nel 1945?
Lo smantellamento dell’ordine giuridico del 1945 è iniziato quasi subito dopo la sua nascita. Si dimentica spesso che la Carta Onu stabilisce da sola il criterio per valutarne il successo: aver «salvato le generazioni future dal flagello della guerra». E si dimentica anche come avrebbe dovuto farlo: creando una forza di polizia internazionale. Quella forza non è mai esistita, mentre il Consiglio di Sicurezza fu paralizzato fin dall’inizio dalla rivalità tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Così, invece di controllare proprie forze militari, l’Onu si trasformò in una sorta di McDonald’s globale, concedendo in franchising l’uso della forza agli Stati membri. Ma nemmeno questo funzionò, perché chi non otteneva l’autorizzazione del Consiglio trovava una scorciatoia: invocava la legittima difesa, decidendo autonomamente quando usare la forza. L’incapacità della comunità internazionale di stabilire in modo vincolante quando la forza è consentita e quando non lo è rimane il nodo irrisolto. Il Venezuela è solo l’ultimo, e forse definitivo, elemento di prova del fallimento del grande esperimento di controllo dell’uso della forza attraverso organizzazioni sovranazionali. La vera domanda, ora, è cosa verrà dopo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA