Anche per i russi sono 4 anni di guerra: più crematori, meno soldi e tanta paura
E spunta il primo monumento ai caduti: ci sono 188 nomi e lastre lasciate vuote per quelli ancora da scrivere

Birsk è una città della Baschiria a circa un migliaio di chilometri da Mosca. Una di quelle località che, fino alla guerra in Ucraina, non erano note per nulla di particolare, se non per il fatto che qui le minoranze etniche costituivano oltre 40% della popolazione. Oggi, a quattro anni dall’inizio di quella che in Russia è chiamata «Operazione militare speciale», vanta il macabro primato di avere installato sul suo territorio il primo monumento che commemora le vittime del conflitto contro Kiev. Solo qui, sono 188 le persone partite per il fronte e tornate in una bara. I loro nomi sono incisi nel granito. A fianco, sono state lasciate lastre vuote per quelli che verranno. Stessa tragica attesa per i loculi vuoti preparati nei cimiteri di tutto il Paese e nei crematori spuntati come funghi, soprattutto nelle località più periferiche.
Scene da una Russia che deve fare i conti con una tragedia di cui, in buona dose, ignora ancora le conseguenze, anche se la caduta nel baratro sembra sempre più evidente. Secondo il Center for Strategic and International Studies, sarebbero almeno 1,2 milioni i soldati russi caduti in guerra o feriti o rimasti disabili. Un dato impressionante, soprattutto se si considera che molti erano giovani che avrebbero potuto mettere su famiglia e che, nonostante gli incentivi e le politiche governative, il saldo demografico russo è ampiamente negativo.
Ma anche per chi non è partito per il fronte la situazione è tutto fuorché rosea. Il presidente Vladimir Putin per pagare le spese della guerra sta prosciugando le casse dello Stato, già impoverite dal fatto che le entrate provenienti dall’export energetico non sono più quelle precedenti l’inizio della guerra. A questo va aggiunto il fatto che molti militari sono stati mandati al fronte in forma coatta ma che, dal secondo anno di conflitto, per avere soldati, sia pure male armati e male equipaggiati nelle trincee, Mosca ha dovuto pagare. Segno che quello slancio patriottico tanto presente nei discorsi del presidente Putin, dalla popolazione, che pur non si ribella, è avvertito solo fino a un certo punto. Dall’inizio dell’invasione, il Cremlino ha progressivamente aumentato la pressione fiscale. Le misure hanno colpito soprattutto imprese e consumatori. L’Iva è stata aumentata e sono state abbassate le soglie di fatturato che obbligano anche molte piccole e medie aziende a versarla. Allo stesso tempo sono stati introdotti contributi straordinari sugli extraprofitti delle grandi imprese, in particolare nei settori energetico e finanziario, mentre diverse agevolazioni fiscali introdotte negli anni precedenti sono state eliminate. Parallelamente, lo Stato ha rafforzato la riscossione attraverso controlli più stringenti e una maggiore digitalizzazione del sistema fiscale. Il risultato è un graduale spostamento del peso finanziario della guerra verso il settore privato e i consumi interni, con il rallentamento della crescita fino alla recessione e la riduzione della produttività e competitività.
Infine, c’è la pressione su una società sempre più controllata e isolata dal mondo esterno. In poche settimane, la Duma (il parlamento) ha bloccato l’utilizzo di WhatsApp e rallentato molto le funzionalità di Telegram, il servizio di messaggistica di proprietà del russo, Pavel Durov. La motivazione ufficiale sono controlli sulla sicurezza, quella ufficiosa il tentativo di dirottare tutti gli utenti su Max, una app statale che include anche la possibilità di chattare e con la quale praticamente è possibile controllare tutta la popolazione. La settimana scorsa, infine, il presidente Putin ha firmato la legge che consente all’Fsb, il servizio segreto nazionale, di bloccare le comunicazioni web, telefoniche e anche le spedizioni postali in caso di necessità. Un Paese in bancarotta morale ed economica. Schiacciato sotto il peso del controllo e della paura.
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