L'annuncio di Israele: «Abbiamo ucciso Larijani». Era l'uomo forte del regime dopo Khamenei
È stato ucciso in un raid notturno a Teheran, insieme al comandante Soleimani. Nei giorni scorsi aveva sfidato gli Usa scendendo in piazza

La piovra del regime iraniano è smembrata. Oggi ha perso anche Ali Larijani, il capo del Consiglio supremo di Difesa e leader de facto della Repubblica Islamica, e Gholamreza Soleimani, il comandante dei paramilitari Basij. I due sono rimasti uccisi in un raid dell’aviazione israeliana su Teheran. Ad annunciarlo è stato il capo del governo di Tel Aviv, Benjamin Netanyahu, in un video messaggio girato nella cornice di uno studio allestito con una bandiera israeliana e un mappamondo ruotato sul Medio Oriente. «Stiamo indebolendo questo regime nella speranza di dare al popolo iraniano la possibilità di rovesciarlo», ha sottolineato . «Non accadrà tutto in una volta, non sarà facile – ha aggiunto –. Ma se persevereremo, daremo loro la possibilità di prendere in mano il proprio destino».
Il governo di Teheran non ha confermato la morte dei due “pezzi da novanta” della macchina del terrore iraniano. Poco dopo l’annuncio della morte di Larijani, il pragmatico fedelissimo della defunta Guida Suprema, Ali Khamenei, il suo profilo “X” ha rilanciato un post: un “pizzino” scritto a mano per celebrare la memoria dei soldati della fregata Iris Dena affondata, due settimane fa, da un siluro americano. Pochi hanno interpretato il post come una smentita della sua scomparsa. Il testo del messaggio – «il loro ricordo rimarrà per sempre nei cuori della nazione iraniana» – è risuonato, anzi, come un macabro addio.
Nell’operazione, avvenuta nella notte tra lunedì e martedì, hanno perso la vita anche altri ufficiali. Quelli delle milizie Basij si trovavano in un commissariato provvisorio allestito nella capitale in seguito alla distruzione del loro quartier generale. In un attacco contemporaneo, a Shiraz, ha perso la vita anche il loro vicecomandante, Qassem Quraishi. Nei raid sarebbero stati colpiti diversi siti strategici tra cui un deposito di centinaia di veicoli di rilevante importanza logistica.
L’attacco, così hanno fatto notare gli analisti, conferma che Israele ha quasi il completo controllo dello spazio aereo iraniano. I raid sono continuati anche ieri mattina, non solo a Teheran ma anche in altre città come Ahvaz e Isfahan. Israele si aspetta adesso una reazione. A colpire potrebbero essere, in particolare, i “vicini” Hezbollah libanesi. È per questo che, ieri, dopo una settimana di pressione meno intensa, Tel Aviv è tornata a bombardare pesantemente Dahyeh, la roccaforte dei miliziani filo-iraniani alla periferia meridionale di Beirut. L’intera parte sud della capitale era avvolta in una nuvola di fumo nero, con l’aria che bruciava naso e occhi. L’offensiva di Israele sul Libano, così denuncia il governo locale, ha ucciso almeno 886 persone e più di un milione di sfollati (quasi un quinto della popolazione). «Sono stati distrutti interi edifici residenziali in ambienti urbani densamente popolati, con più membri della stessa famiglia, inclusi donne e bambini, spesso uccisi insieme», ha dichiarato da Ginevra il portavoce dell’ufficio Onu per i diritti umani, Thameen Al-Kheetan. Le Nazioni Unite hanno anche chiesto un’indagine sul raid contro gli sfollati che dormivano nelle tende sul lungomare di Beirut.
La guerra di Usa e Israele contro l’Iran continua a incendiare tutto il Golfo. È questo il motivo per cui, secondo alcuni, adesso sono le stesse monarchie arabe a chiedere agli Stati Uniti di non fermarsi. Fonti diplomatiche hanno invece condiviso con Reuters un altro scenario: è Washington che starebbe facendo pressione sugli Stati del Golfo per unirsi attivamente al conflitto. L’obiettivo della Casa Bianca sarebbe rafforzarne la legittimità internazionale e il consenso interno dell’operazione. Non a caso , ieri, il presidente Donald Trump ha sottolineato che gli unici governi che hanno manifestato interesse a entrare in un’eventuale coalizione per la sicurezza dello Stretto di Hormuz sono quelli della regione: Qatar, Bahrein, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. Sull’Iran, ha aggiunto, la Nato (che gli ha detto “no”) «sta facendo un errore stupido». Anzi, ha poi rincarato, «non ci serve».
L’idea che il regime possa essere ancora rovesciato dall’interno, come evocato da Netanyahu, fa pensare che in Iran, finiti i bombardamenti, possa tornare una nuova ondata di proteste. Alcune erano attese già ieri sera. Il governo ha confiscato «centinaia di dispositivi Starlink inviati dal nemico» e lanciato avvertimenti alla popolazione invitandola a rimanere a casa. Un cablogramma inviato dall’ambasciata Usa in Israele al dipartimento di Stato, reso pubblico dal Washington Post, sottolinea che il regime iraniano «non sta cedendo» e che è disposto a «combattere fino alla fine». In questo contesto, le rivolte antigovernative si risolverebbero in un «massacro».
«Non è il momento giusto per la pace», avrebbe dichiarato la nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei (che presumibilmente ferita, continua a non mostrarsi in pubblico). Il tempo è ancora quello della tensione armata. Tre droni carichi di esplosivo hanno attaccato l'ambasciata Usa a Baghdad. Si stanno spostando in Medio Oriente 200 ucraini esperti di droni e un’altra portaerei americana, la Tripoli, con a bordo circa 2mila marines. Il tycoon non impallidisce neppure all’ipotesi di truppe di terra dispiegate in Iran: «Non ho paura di un altro Vietnam».
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