Nello Stretto di Hormuz sta affondando anche la plastica (ma non è necessariamente un male)

L'impennata dei prezzi legata alla guerra in Iran sta mettendo in difficoltà i Paesi asiatici, grandi consumatori del materiale. Spingendo anche la ricerca verso soluzioni alternative e più ecologiche
April 15, 2026
Lo Stretto di Hormuz
Lo Stretto di Hormuz/ FOTOGRAMMA
Meno plastica, prezzi più alti. Meno plastica, meno rifiuti. Tra i tanti cortocircuiti che la guerra in Iran – e la chiusura dello Stretto di Hormuz - sta accendendo nel mondo c’è quello relativo a un materiale praticamente onnipresente nelle nostre vite, che viene utilizzato in tutta la catena di approvvigionamento, dall'imballaggio alla produzione e il Continente che più ne ha fame. Il nesso con la guerra è immediato: secondo il Center for International Environmental Law, oltre il 99% della plastica prodotta a livello globale deriva da combustibili fossili, gli stessi che arrivano dal Golfo Persico. Prima della guerra, attraverso lo Stretto, transitava un quinto delle forniture globali di petrolio e gas naturale liquefatto. La nafta è la materia prima fondamentale per la produzione di plastica. Non solo: il Medio Oriente rappresenta circa un quarto delle esportazioni globali di polietilene e polipropilene, i polimeri termoplastici più comuni derivati dal petrolio, usati per imballaggi e oggetti d'uso quotidiano. Come scrive la Reuters“l'Asia non solo dipende fortemente dalle materie prime importate dal Medio Oriente, ma è anche dipendente dalla plastica: Cina, Giappone, Corea del Sud e Sud-est asiatico insieme utilizzeranno quasi un terzo del totale mondiale, secondo i dati dell'OCSE, con un aumento del 900% dal 1990”. Non solo: l'Asia è anche la regione che contribuisce maggiormente all'inquinamento da plastica negli oceani.
La strozzatura dei flussi attraverso le acque contese dello Stretto ha innescato un doppio processo: l’aumento dei prezzi, mai così alti negli ultimi quattro anni con l’impennata dei costi che inevitabilmente sarà spalmata lungo tutta la catena di approvvigionamento. Ma anche la ricerca di strade alternative (e meno ma inquinanti). Difficile misurare l’effetto esatto della guerra sul prezzo della plastica. Il conflitto ha generato una tempesta nell'economia globale, con ripercussioni dirette sul petrolio e sui suoi derivati, così come sui trasporti internazionali. Secondo alcune stime, le aziende produttrici di articoli in plastica hanno visto il prezzo delle loro materie prime aumentare di circa il 30%. Tuttavia, come sottolinea la Cnn, “la plastica viene utilizzata in tutta la catena di approvvigionamento, dall'imballaggio alla produzione, il che significa che può essere difficile individuare con precisione da dove provengano i costi nel prezzo finale di un prodotto”.
L’altro effetto provocato dal rimbalzo dei prezzi: la ricerca di soluzioni alternative, a cominciare dall’impennata della domanda di plastica riciclata. Yonwoo, un produttore sudcoreano di imballaggi per cosmetici che ha immesso sul mercato una gamma "ecocompatibile" di tubi e buste di carta. Ebbene l'azienda ha triplicato le richieste di alternative a base di carta. “L'interesse iniziale proveniva da aziende focalizzate sulla sostenibilità ma se il problema della plastica si protrarrà, prevediamo un ulteriore aumento della domanda", ha spiegato alla Reuters Kim Min-sang, senior manager della società. Anche per la taiwanese Lastic, produttrice di materiale biodegradabile a base di bambù, si stanno aprendo nuove possibilità. Le compagnie aeree americane stanno valutando l'utilizzo di questo materiale per sostituire bicchieri e posate di plastica usa e getta.

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