Ishak, Lola, Zoé: in corteo a Saint-Denis con i liceali ribelli delle periferie francesi
di Daniele Zappalà, inviato a Saint-Denis
Viaggio tra le anime della protesta che sta scuotendo la Francia. C'è chi pensa al futuro delle scuole, senza più risorse, chi si preoccupa della repressione della polizia, chi simpatizza per i "casseur". «Il nostro auspicio è che tanti si uniscano alla lotta»

«Difendiamo il nostro diritto all’istruzione. Sennò, ci fermiamo nella vita». Adam, 17 anni, svetta fra i compagni, fissando lo Stade de France che il 25 settembre aveva accolto 80mila ragazzi di tutta la Francia in tripudio per Leone XIV. «Il governo chiude gli occhi, ignora i licei poveri, ma servono più professori, materiale migliore» martella, come tanti liceali per le strade di Saint-Denis, nel giorno della “manif” in presenza pure di qualche insegnante solidale, su appello sindacale, come in tutta la Francia, da Parigi alle periferie. A Saint-Denis, ogni crocicchio ricorda una foto in stile “United colors”. Sono ben 150 nazionalità e innumerevoli credi, con un’età media giovane.
«I musulmani sono l’80%, i cristiani evangelici il 7%, noi il 3%. Il 10% dei nostri catecumeni sono musulmani che si convertono», ci dice padre Jacques Enjalbert, che incontriamo accanto alla Basilica dove riposano tanti re di Francia. La sua chiesa, Saint-Paul de la Plaine, «è servita da campo base per la veglia» con il Papa, precisa fiero, venendo presto al dunque sull’«energia» giovanile che rapidamente sembra cambiare polarità: «Resto affascinato dall’energia di questi ragazzi che imparano a vivere assieme fin da quando sono in fasce. Non c’è razzismo fra loro. Condividono tutti il desiderio di essere considerati veri francesi, perché venire dal nostro dipartimento numero 93, tanto stigmatizzato, ti obbliga ad affrontare un muro di gomma se vuoi farcela» dice il gesuita, non sorpreso che il movimento studentesco ormai nazionale abbia attecchito subito con forza a Saint-Denis, definita da Le Monde «la capitale dei liceali di banlieue».
Il lungo corteo studentesco attraversa la città, scandendo pacificamente slogan sui «mezzi» mancanti. «Le do il mio nome solo perché lei è straniero» chiarisce Zoé, 17enne, arrabbiata per la «repressione colossale» della polizia, divenuto il tema più condiviso sui social dai giovani, fra video virali su coetanei che perdono una mano, un occhio, o si ritrovano con la mandibola a pezzi come il 14enne Eden, a cui è stata sparata da vicino una granata sul volto, a circa 20 chilometri da Saint-Denis (Saint-Ouen l’Aumône), da parte di un poliziotto messo sotto inchiesta per lesioni. Tanti dicono di «aver paura» di parlare con la stampa francese, paventando di finire così «incastrati». Hanno impressionato gli oltre 6mila fermi nel Paese. Ahmed, 16 anni, ci scherza: «Se continuano così, non ci saranno più liceali a piede libero». Antoine, 18enne, si dice «stufo» dei controlli: «Ci perquisiscono dappertutto. Non siamo casseur, anche se la vicinanza fra noi e loro forse varia in base dai licei», ammette.
Molti rifiutano la violenza, ma non tutti. Ishak, 18enne, è con chi vuole tirarsi fuori: «Non vogliamo distruggere nulla, i violenti sono esterni, i casseur. E la polizia ci confonde». Anche la sua coetanea Christine si dice «del tutto pacifista». Ma come altri, Lola, 17enne, la pensa diversamente: «Se bruciamo un cassonetto, è solo per essere ascoltati. Altrimenti ci ignorano». Di fronte alla Basilica, una quindicina di studenti universitari, vestiti di scuro, siedono a un bar. Osservano i manifestanti e discutono animatamente. Accettano di parlarci, ma senza declinare nomi. Si dicono «militanti di ogni orientamento, autonomisti, anarchici, ambientalisti». Con loro, toni e ragionamento cambiano, perché aspirano alla «convergenza delle lotte». Ricordano che diverse università sono coinvolte – il 40%, stima il governo – e che il 17 ottobre i “gilet gialli” dovrebbero unirsi alle proteste. Per diversi di loro, soprattutto, la violenza è «legittima».
A un bar delle scommesse ippiche, Nasser, gioviale settantenne algerino, racconta: «Giunsi nel 1976 per fare il muratore. All’epoca, i piccoli che davano lavoro nel ramo erano italiani. Prendevamo insieme il caffè. Qui, si è sempre manifestato, soprattutto con i sindacati. Ma oggi, distruggono tutto, che idiozia. E quella lì vuole buttarci fuori». Indica con il dito l’ultranazionalista Marine Le Pen, che è apparsa nel frattempo in tivù, promettendo 140 miliardi di euro di tagli se conquisterà l’Eliseo. In giornata, puntuale la replica dell’estremista rivale, il “tribuno rosso” anticapitalista Jean-Luc Mélenchon rivolto ai manifestanti, incurante dell’accusa di strumentalizzarli: «Fate cose incredibili e non ve ne rendete conto». Saint-Denis ha proprio un sindaco mélenchonista e con radici familiari africane, il 53enne Bally Bagayoko, fra i maggiori sostenitori dei liceali, assieme ormai pure al sindaco di Parigi, il socialista Emmanuel Gregoire, che offre spazi municipali ai giovani.
A fine giornata, il «terzo atto» nazionale si rivela meno violento del previsto. Di spessore, ma lontano dai record: fra 256mila manifestanti (Ministero dell’Interno) e 450mila (organizzatori) – fra 56mila e 100mila a Parigi –, con il premier Sébastien Lecornu intenzionato ad ascoltare il «malcontento e l’angoscia» nei licei, anche attraverso una consultazione pubblica avviata in giornata. A sera sono 488 i fermi, 43 gli agenti feriti. Anche l’opinione pubblica resta sospesa fra rifiuto delle violenze e comprensione verso i liceali. In serata, riunione di crisi all’Eliseo attorno al presidente Emmanuel Macron, sempre più isolato in un Paese sotto tensione.
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