In Libano è resistenza. A Jezzine i cristiani accolgono gli sfollati musulmani

di Lucia Capuzzi, inviata a Jezzine (Libano)
Il nostro reportage dal centro che si trova a una trentina di chilometri a sud di Sindone, che ha aperto le porte alla minoranza sciita. Il sindaco: accogliere chi è in fuga per noi è un imperativo morale, anche se qui tutti noi siamo in pericolo. Ieri sulla strada per Jezzine sono stati uccisi anche tre giornalisti: 47 i morti in 24 ore per i raid israeliani
March 29, 2026
In Libano è resistenza. A Jezzine i cristiani accolgono gli sfollati musulmani
Proteste a Beirut dopo l'uccisione di tre giornalisti in Libano, sulla via per Jezzine / Epa
Due morti all’ora. Nelle ultime 24 ore, 47 persone sono state uccise dai continui raid israeliani in Libano. Il bilancio delle vittime, in meno di quattro settimane di conflitto, sfiora quota 1.200, i feriti sono oltre 3.400. Tra questi, nove paramedici, colpiti in cinque attacchi nel sud: sono già 51 i soccorritori caduti dal 2 marzo, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità. I bombardamenti, inoltre, hanno danneggiato quattro ospedali e una cinquantina di centri di salute. Ieri, sulla strada per Jezzine, l’aviazione di Tel Aviv ha centrato un’auto con a bordo tre giornalisti: Ali Choeib, di al-Manar, il figlio e operatore Said Ali e Fatima Ftouni, di al-Mayadeeni, emittenti filo-Hezbollah. I primi operatori dell’informazione uccisi dall’inizio del conflitto insieme a due accompagnatori. Il presidente Joseph Aoun ha definito un «crimine palese» la loro uccisione: «Sono civili che svolgono la loro professione». Secondo l’esercito israeliano, invece, uno dei tre reporter – Ali Choeib – era «un terrorista della Forza Radwan», l’unità di intelligence del gruppo armato. 
Il frastuono arriva dal primo piano. Due giovani corrono per le scale. Fatyl è stesa sul pavimento. «Non preoccupatevi, sto bene, è stato solo un attimo», sussurra. Pian piano le guance recuperano un minimo di colore. «Ho sentito un senso di oppressione forte sul petto e le forze scivolarmi mia. È l’ansia. Ma è passato. Purtroppo non è facile. Non so nemmeno se la mia casa, ad Habbush, ci sia ancora», dice la 46enne mentre si rimette in piedi con l’aiuto dei soccorritori sopraggiunti. Il volto di Colette Slim si rilassa: «Le persone vivono un forte stress. Per questo, cerchiamo di organizzare una serie di attività che impegnino sia gli adulti sia i bambini». La direttrice della scuola primaria di Jezzine è ormai una “veterana” delle emergenze. Durante la scorsa guerra ha trasformato la struttura in casa per centinaia di sfollati per 66 giorni. Un anno e mezzo dopo, s’è trovata a ripetere l’esperienza.
Nella palazzina di tre piani color crema e rosa nel centro del municipio, sono alloggiati 304 profughi, provenienti dai villaggi del sud del Libano in fiamme per il nuovo conflitto. Quasi un terzo sono minori. La gran parte di loro approfitta della giornata di sole per giocare nel cortile. Gli spazi all’interno sono stretti a causa del flusso record. In ogni aula dormono tre famiglie e l’intero piano condivide l’unico bagno. «Non è l’ideale, lo so. Siamo pieni. E le persone continuano ad arrivare. In media si presentano due, tre famiglie al giorno. Ma non abbiamo più posto, così dobbiamo indirizzarle in un’altra struttura. Stiamo facendo il possibile», dice.
Tutti i diciotto insegnanti si sono offerti come volontari insieme a vari rifugiati. Insieme distribuiscono i pasti caldi, organizzano le pulizie, controllano l’accesso. «Come l’altra volta, abbiamo chiesto agli ospiti di informare di eventuali visite in modo da essere certi che non ci siano infiltrazioni di Hezbollah. E stanno dando piena collaborazione. Sanno che è, prima di tutto, per la loro sicurezza», sottolinea la direttrice. Per gli israeliani, i miliziani sono obiettivo ovunque, come dimostrano i raid a Beirut e nel sud su appartamenti e palazzi al di fuori delle aree evacuate. Questo alimenta la diffidenza di molte comunità nei confronti degli sfollati, soprattutto se sciiti. Non è il caso di Jezzine. Il municipio, una trentina di chilometri a sud di Sindone, ha aperto le porte a tremila evacuati della minoranza islamica. Un numero quasi uguale a quello dei residenti, per oltre il 90 per cento cristiani. «Formalmente qui abitano 25mila persone ma, durante l’inverno, la gran parte sta a Beirut per questioni di lavoro. Ora non saremo più di 3.500. Gli altri torneranno in estate. In fondo siamo una località turistica anche se ora il settore, intorno a cui ruota la nostra già precaria economia, è fermo...», afferma il sindaco, David Helou. Le cascate, tra le più belle del Libano, e le montagne intorno attirano ogni anno viaggiatori dal resto del Paese. Sulle vie, curate e pulitissime, si affacciano ristoranti tipici e negozietti di artigianato, al momento sprangati.
«Anche se finora non siamo stati bombardati, la guerra è una tragedia per l’intero popolo libanese. Per questo, Jezzine non può voltare le spalle ai vicini. Accogliere gli sfollati è un dovere nazionale e un imperativo morale per ogni essere umano e per ogni cristiano», sottolinea il primo cittadino, eletto meno di un anno fa alla guida dell’amministrazione cittadina. Fin dall’inizio dell’offensiva, il 2 marzo, il Comune ha costituito un’unità di crisi di cui fanno parte le autorità locali, le organizzazioni umanitari, le Chiese. In breve, con l’aiuto del governo nazionale e del Consiglio del sud, sono stati allestiti sedici rifugi dove sono stati alloggiati circa 1.800 sfollati; gli altri stanno nelle case di amici e familiari o hanno affittato un appartamento. In ogni struttura di accoglienza, un comitato di volontari – locali e sfollati – fa da collegamento l’organismo che gestisce l’emergenza. Yussuf, arrivato da Aaramta con la moglie, la madre e ei figli di 3 e 5 anni, nella notte tra il 2 e il 3 marzo, fa parte del gruppo formato nella scuola primaria di Jezzine. «Mi occupo, in particolare, di fare presenti le esigenze degli evacuati all’unità di crisi. I principali problemi riguardano la carenza di elettricità, va e viene di continuo. Sono stato già in questo istituto durante la guerra precedente. Mi è familiare. E, poi, sono un’insegnante: – scherza il giovane –sono abituato alle aule...». Abbassa gli occhi quando gli domandano di Aaramta. «Non è rimasto quasi più nessuno. Solo una manciata di pastori che non possono abbandonare gli animali. Mi chiedo se tornerò mai. E per quanto tempo...». «Non possiamo risolvere il dramma – conclude il sindaco Helou –. Ciascuno, però, deve fare la sua parte per alleviare almeno un po’ le sofferenze dei civili. Jezzine sta facendo la sua».

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