Il ritorno dei pellegrini in Terra Santa è una buona notizia (e offre speranza)

di Luca Foschi, Gerusalemme
Il viaggio dell’Opera romana è stato uno dei primi dalla tregua a Gaza. Il custode Ielpo: «Vedervi in questi luoghi dà speranza. Ciò vuol dire che non sono solo musei ma esperienze di incontro»
January 25, 2026
Il ritorno dei pellegrini in Terra Santa è una buona notizia (e offre speranza)
Pellegrini dell'Opera Romana pellegrinaggi nella basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme / Foschi
È necessario il viaggio per dare nuova profondità alla Parola, per interrogare un’altra forma del suo mistero. Il Vangelo e la Terra Santa, i lenti millenni che si distendono fino al disordine del presente. I volti, i luoghi, le voci, la materia stessa degli oggetti raccontano, guidano la spiritualità a misurarsi con la storia. Essere il proprio tempo con la presenza e l’ascolto, entrare nel fragoroso groviglio e accoglierlo nel silenzio. Così, nella stagione della guerra, in cui più che mai «coloro che sono ritenuti i capi delle nazioni le dominano», è rivelatore ascoltare il Vangelo della resurrezione di Matteo nell’Anastasis della Basilica del Santo Sepolcro.
È l’alba a Gerusalemme quando il gruppo dell’Opera romana pellegrinaggi, conclusa la Messa, esce dall’Edicola che custodisce la tomba di Gesù. Già nella Rotonda i giovani preti brasiliani si preparano alla liturgia, i primi visitatori accendono le candele, i poveri sulle panche chiedono l’elemosina scegliendo la lingua più opportuna. Presto la Città Vecchia sarà l’usuale crogiolo di genti, la fiumana percorrerà le strade di pietra dove convivono il sacro e il turistico, il mistico e il mondano. La tregua faticosamente raggiunta in ottobre a Gaza ha liberato per il momento il cielo dal pericolo dei missili, le strade da divise e fucili. «Vedere che la cristianità di tutto il mondo continua a venire in questi luoghi genera speranza. Ciò fa si che essi non siano soltanto dei musei, ma rappresentino invece la possibilità di un vero incontro con i popoli di questa terra. Le persone che ci hanno fatto visita durante il conflitto avevano tante domande. La preghiera è essenziale per chi crede, ma la prima risposta è quella di tornare pellegrini, perché il pellegrinaggio è una delle fonti di sostentamento principali di questa terra, non solo della comunità cristiana», spiega al gruppo dell’Opera romana padre Francesco Ielpo, custode di Terra Santa.
A soffrire non sono solo Gerusalemme e Nazareth. Betlemme, in Cisgiordania, paga il succedersi della pandemia e delle misure punitive adottate da Israele dopo il 7 ottobre. L’assedio economico e militare ha messo in ginocchio il luogo della Natività. Taybeh, l’unico villaggio interamente cristiano della Cisgiordania, aveva 8mila abitanti nel 1967. Ora ne ha poco più di 1.300. «Noi dobbiamo aiutare il pellegrino a non schierarsi. Non schierarsi non vuol dire non aiutare, vuol dire non polarizzarsi, non assumere una visione che non aiuta a ricostruire la fiducia fra il popolo e il futuro», aggiunge padre Ielpo.
Conoscere, riconoscere l’altro da sé, disposizione ecumenica che comincia all’interno del mondo cristiano, con la labirintica eredità dello “status quo”, il possesso e le competenze religiose sui principali luoghi santi congelate in epoca ottomana, si perde nella teologia, riaffiora nella ritualità: i fedeli etiopi che cospargono di olii profumati la Pietra dell’Unzione, dove bagneranno poi tessuti da posare sul corpo, i monaci armeni raccolti in cerchio nella chiesa di San Giacomo, il sordo battito del martello sul “semantron”, la tavola di legno che sostituisce le campane.
Nel Santo Sepolcro, al pomeriggio, si ferma l’eterogenea famiglia dei credenti per assistere alla processione dei frati cappuccini, le tappe della preghiera in latino nei luoghi più significativi, le candele, il canto e la genuflessione davanti al cuneo scavato dalla croce nel Calvario. «Venendo qui il pellegrino deve capire in un altro modo il Vangelo che è solito leggere. Accade negli ultimi due anni di essere sputati mentre si cammina. Anche se non ci fai più caso, era riuscito a indebolirmi. Ma un giorno, cantando l’inno mi sono soffermato su un verso: “Sputa clavi et lancea». Quando capisci che sono gli sputi che riceveva Gesù tutto entra in un’altra dimensione, non quella psicologica della tua angoscia, ma quella spirituale della tua sequela di Gesù», ricorda con emozione padre Giuseppe Garuffini, presidente della Comunità del Convento del Santo Sepolcro. Sono gli ebrei ultraortodossi a elargire ciò che il frate definisce «il contrario del bacio».
«Siete uno dei primi gruppi dalla ripresa in seguito alla tregua. Speriamo che continui, che ci sia la pace», dice ai pellegrini il vescovo emerito, monsignor Marcuzzi, che sostituisce nell’accoglienza il Patriarca, il cardinale Pier Battista Pizzaballa, impegnato a Roma. Il vescovo emerito di Nazareth racconta la diocesi, le sue sfide, la storica emorragia dei fedeli in Terra Santa acuita dai conflitti. Afferma, con voluto paradosso, che «noi siamo più importanti per le nostre scuole che per le nostre parrocchie». Luoghi di convivenza fra cristiani e musulmani, di eccellenza, dove cresce in silenzio l’armonia, «perché la presenza cristiana è sempre un elemento di pace e di concordia sociale fra tutte le popolazioni». I bambini, i giovani «sono i nostri pani e i nostri pesci», afferma don Davide Meli, cancelliere del Patriarcato, negli occhi ancora la devastazione di Gaza, visitata con il cardinale Pizzaballa pochi giorni prima di Natale. Nella Striscia dove «le persone non riconoscono più le strade», dove almeno 100 bambini sono stati uccisi dopo la “tregua”, e otto sono morti di ipotermia, la Chiesa ha sostenuto sotto le bombe, e ancora sostiene, la parrocchia della Sacra Famiglia e le comunità circostanti con l’educazione, i viveri, i beni sanitari.
Tessera dopo tessera il mosaico si compone, i pellegrini riflettono, discutono, rievocano la prima visita, molti anni prima. Il significato si rinnova a ogni ritorno: «Da sola mi perdo, con gli altri ritrovo la direzione», confessa Federica quando la notte ha invaso i vicoli della Città Vecchia.
Scende la pioggia sul Getsemani e Betlemme, oltre il check-point che segna l’ingresso nei Territori occupati. Le bande musicali accorse a Natale da tutta la Palestina non riempiono più le vie con il rumoroso caleidoscopio della festa. Pochi turisti si aggirano intorno alla Basilica della Natività. Ma è ancora la “pietra viva”, la sofferenza e il coraggio delle persone a segnare nella verità il senso del cammino: «Confini, check-point, barriere. Ormai rinunciamo a uscire, siamo schiavi della città. Oggi abbiamo qualcosa, per domani dipendiamo da ciò che Dio ci manda. Io ho deciso di restare, ma i miei figli, quanto potranno ancora resistere?», chiede Robert Giacaman, proprietario di una bottega di articoli religiosi, durante l’incontro fra il gruppo dell’Opera romana e la parrocchia di padre Raffaele Tayem. «I francescani custodiscono non solo i luoghi, ma la nostra presenza. Date luce a questa terra attraverso la testimonianza, andate oltre la Basilica, girate i quartieri, parlate con la gente», continua Robert.
«Mi sono diretta subito al Santo Sepolcro. Ho pregato per la pace in Palestina, sentivo la presenza di Gesù, è stato incredibile», racconta Lina, vent’anni, a cui per la seconda volta nella vita gli israeliani hanno concesso un permesso di mezza giornata per visitare a Natale Gerusalemme, distante appena 10 chilometri. Una delle tante voci, la sua, a passare fra i pensieri dei pellegrini raccolti a notte nella Grotta della nascita. Nella luce flebile la litania del rosario, e intorno il silenzio della Basilica, di Betlemme, della Terra Santa.

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