I colloqui di Islamabad rischiano già di arenarsi. Sulle secche di Hormuz
di Elena Molinari, New York
Prosegue la difficile trattativa fra Usa e Iran. Washington invia due cacciatorpedinieri nello Stretto scatenando l'ira di Teheran. Ma il fattore tempo gioca con gli iraniani

I colloqui tra Stati Uniti e Iran iniziati ieri a Islamabad continuano domenica in formato trilaterale. Dopo una prima fase di incontri di ciascuna delle due delegazioni con quella pachistana, il dialogo è proseguito in modo diretto fino a tarda notte e si è concluso con lo scambio di testi sulle questioni in discussione. L’ultima volta in cui rappresentanti statunitensi e iraniani hanno trattato direttamente risale al negoziato i sul nucleare del 2015: il passaggio di ieri riflette dunque l’urgenza di stabilizzare la crisi. A capo della delegazione americana c’è il vicepresidente JD Vance, affiancato dall’inviato speciale Steve Witkoff e da Jared Kushner, genero del presidente. Con loro anche il consigliere per la Sicurezza nazionale Andrew Baker e un gruppo di esperti. Sul fronte opposto, l’Iran ha inviato 71 persone tra negoziatori, esperti e personale di sicurezza, guidata dal presidente del Parlamento, Mohammad Baqer Qalibaf, e dal ministro degli Esteri Abbas Araqchi. A Islamabad, insieme al primo ministro Shehbaz Sharif e al capo dell’esercito Asim Munir, è presente anche una delegazione cinese, il cui ruolo non è del tutto definito. Una conferma l’interesse di Pechino a influenzare l’esito di una situazione di stallo che incide sugli equilibri energetici globali, appesa a molte incognite. «Negoziamo con il dito sul grilletto — ha avvertito ieri la portavoce del governo iraniano, Fatemeh Mohajerani —. Teheran rimane consapevole della mancanza di fiducia e agirà con la massima cautela». Sul tavolo, i punti più controversi sono tre. Il controllo dello Stretto di Hormuz, in primo luogo, che l’Iran vuole trasformare in leva permanente anche attraverso tariffe di transito. La questione dirimente e maggiormente problematica, secondo quanto ribadito Tasnim, l’agenzia dei pasdaran, che accusa Washington di «massimalismo». C’è il programma nucleare, inoltre, con Teheran determinata a rivendicare il diritto all’arricchimento dell’uranio. E, infine, il fronte libanese, che continua a minare la tregua. Washington insiste, invece, sulla massima libertà di navigazione e sullo smantellamento delle capacità di arricchimento dell’uranio della Repubblica islamica in cambio dell’eliminazione delle sanzioni occidentali. Il fattore tempo, però, gioca a favore di Teheran. La chiusura dello Stretto, attraverso cui passa circa il 20 per cento del petrolio mondiale, sta strozzando l’economia globale, facendo salire i prezzi dell’energia e alimentando inflazione e malcontento anche negli Stati Uniti.
Un danno che Donald Trump cerca di neutralizzare con la consueta strategia di pressione aggressiva, con la quale mira anche a ribaltare la percezione negativa del conflitto e dei suoi gli effetti economici già tangibili negli Stati Uniti. «Stiamo avviando il processo di sgombro dello Stretto — ha scritto ieri il presidente Usa su Truth — stiamo facendo un favore al mondo». In un altro messaggio ha attaccato «i media delle fake news» accusandoli di sostenere che l’Iran stia vincendo: «Tutti sanno che sta perdendo, e sta perdendo alla grande». In questa logica si inserisce la mossa di ieri di inviare due cacciatorpedinieri americani nello Stretto di Hormuz. Secondo fonti iraniane, una delle unità avrebbe fatto marcia indietro dopo essere stata minacciata. Teheran avrebbe avvertito che «se la nave non avesse indietreggiato, sarebbe stata colpita».
Il rischio di escalation permane dunque elevato anche mentre i negoziati sono in corso. Il vertice è seguito con attenzione anche in Europa. Il presidente francese Emmanuel Macron ha parlato con l’omologo iraniano Masoud Pezeshkian, invitandolo a «cogliere l’opportunità de-escalation duratura». Da Teheran, il leader ha assicurato che la delegazione «difenderà con fermezza gli interessi dell’Iran e si impegnerà nei negoziati con coraggio». I partecipanti ai colloqui hanno ammesso che la distanza sui punti più delicati resta ampia e che «la temperatura è salita e scesa più volte», come ha riferito una fonte pakistana. In questo senso i negoziati appaiono più come un tentativo di contenere la crisi che di risolverla, mentre è elevato il rischio che eventi esterni, a partire dal Libano, possano travolgere il tavolo negoziale.
Un nodo ancora aperto riguarda infatti il riconoscimento di Israele di ogni promessa fatta da Washington. Ieri, ad esempio, gli Usa hanno garantito che Beirut non sarà colpita da raid israeliani fino a martedì, quando cominceranno contatti diretti fra Israele e Libano nella capitale americana. Per ora, in una situazione in cui «basta poco per far saltare tutto», come ha aggiunto la fonte, il risultato più concreto è che le parti continuino a parlarsi.
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