Gli Stati Uniti portano sul campo anche i paracadutisti: ora l'assetto da guerra è completo
Da venerdì in Oman ci saranno truppe dal cielo, appartenenti all'82esima divisione. Circa 7mila soldati andranno ad aggiungersi ai 50mila già presenti nel teatro mediorientale. L'Iran pensa a forze militari "decentrate", per essere pronta in caso di invasione

Manca il via libera finale, il sigillo dell’Amministrazione Usa, capeggiata dal presidente Donald Trump, ma il discrimine fra trattative negoziali irano-americane e un’ulteriore escalation bellica è sempre più labile. Apparentemente distensiva, la china attuale potrebbe essere ingannevole, perché stanno affluendo in Medio Oriente truppe paracadutiste dell’82esima divisione, parte di un pacchetto di forze, composito, di 7mila nuovi soldati, aggiuntivi rispetto ai 50mila già in teatro. Nel breve volgere di questo venerdì e del prossimo, arriveranno nel mare dell’Oman forze speciali poliedriche e circa 5mila marines, con sei navi anfibie, declinate in piattaforme portaerei, portaelicotteri e portamezzi d’assalto. Unità versatili che amplieranno le opzioni azionabili da Trump, se il presidente decidesse di forzare la mano e far precipitare gli eventi.
In ballo c’è il dossier insidiosissimo del blocco iraniano dello Stretto di Hormuz. Aerei cargo, radaristici, da guerra elettronica, convertiplani e cacciabombardieri, furtivi o meno, sono già in fermento e in potenziamento numerico. Forze multiple che potrebbero imporre un blocco navale come opzione meno rischiosa, colpire di soppiatto con le forze speciali, grazie alla versatilità dei Berretti Verdi, o ancor più dei Ranger.
Infiltrabili con tutti i vettori disponibili, aerei, terrestri e marittimi, i Ranger sono configurati come un ariete aduso alle operazioni dietro le linee nemiche, all’azione diretta e, soprattutto, alla riconquista di aerodromi e zone aeroportuali. Un obiettivo potrebbe essere la pista dell’isola di Kharg, il polmone petrolifero iraniano, da ghermire per consentire l’afflusso di paracadutisti.
Una missione ad alto rischio, essendo l’isola difesa dai guardiani della rivoluzione e protetta da missili, droni, batterie costiere e razzi lanciabili dalla costa sudoccidentale del paese o dai comandi più interni. Un raid anfibio dei marines, qui, sugli isolotti all’imboccatura del Golfo Persico o sulla costa iraniana è fra le opzioni americane allo studio. Piccole unità interarma per l’azione tridimensionale terra-aria-mare, i marines avrebbero in pugno una panoplia di mezzi, fra piattaforme flottanti, forze d’attacco anfibie, navi d’intervento rapido, jet e gruppi da combattimento, fattisi nel tempo più leggeri, dronizzati e missilistici, in un disegno di riforma pensato per il Pacifico, in chiave anti-cinese. I commando sono molto ben preparati, capaci di svolgere molteplici compiti. In casi limite possono tendere imboscate e procedere all’attacco contro gli obiettivi: dipende dagli ordini ricevuti. Se l’opzione diventasse realtà, per alcune delle forze speciali sarebbe un ritorno in Iran, dopo l’esperienza tragica dell’operazione Eagle Claw, nel 1980, presagio funesto.
Pur indebolito da tre settimane di bombardamenti, l’Iran conserva due eserciti anche a terra, uno convenzionale e uno paramilitare. Come le altre forze, entrambi hanno scommesso sui droni, sui missili, sulle munizioni circuitanti e sull’asimmetria. I pasdaran e i loro commando sono addestrati a combattere per lo più con armi leggere, ordigni esplosivi improvvisati, missili controcarro, droni-kamikaze e droni tattici d’attacco one-way, come i recenti Meraj-532, che coprono distanze di 450 chilometri, resistono in aria tre ore e portano 50 chili di esplosivo. Mezzi confezionati dalla loro branca di ricerca, foriera pure di blindati, apparati di comunicazione radio e sistemi di guerra cibernetica.
Le truppe si muovono decentrate, in teoria autonome nel guidare le operazioni e sono state pensate per continuare a funzionare anche in caso di invasione o decimazione dei vertici politico-militari. L’insieme difensivo punta a irretire l’avversario, complicarne i piani di invasione e offrire un quid pluris alle possibilità interdittive nel Golfo Persico. Nella dottrina che lo innerva, l’asimmetria e la pazienza strategica sono le chiavi di volta per sopravvivere a un’eventuale guerra contro potenze convenzionali superiori, come il binomio israelo-statunitense, deciso a mettere in sicurezza anche le scorte iraniane di uranio militarizzabile.
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