«Ecco perché con Prevost può tornare il multilateralismo»
di Diego Motta
Il politologo Naso: «L'alleanza tra fondamentalismo cristiano americano e radicalismo ebraico preoccupa, ma la diplomazia vaticana ha usato parole nettissime di condanna sull'immoralità e la disumanità dei conflitti. L'incontro di Leone con Macron è stato un monito per l'Onu e per l'Europa»

«Il mondo non appartiene agli autocrati e ai padroni» osserva il politologo Paolo Naso, nei giorni in cui la diplomazia di alto livello prova a ritessere la sua tela e a mettere insieme i fili del negoziato. Non sembra esserci tregua nello scenario mediorientale: dopo l’Iran, fronte di guerra su cui ci si è fermati a un passo dall’abisso, è toccato al Libano trasformarsi in teatro di nuovi massacri. «Beirut rischia di essere l’anello debole del mondo, in questa fase storica in cui stanno esplodendo tutte le contraddizioni possibili, perché l’orizzonte di riferimento degli Stati Uniti e di chi li comanda adesso altro non è che l’apocalisse» sostiene Naso, che ha appena dato alle stampe per i tipi di Claudiana il saggio “Dio benedica l’America. Il fondamentalismo cristiano dai creazionisti a Donald Trump”. Il docente che ha insegnato alla Sapienza ed è stato visiting professor in varie università Usa non si sofferma soltanto sulla deriva trumpiana, ma rilancia l’insegnamento di realtà millenarie come la Chiesa, di «istituzioni che hanno una cultura e una storia in grado di garantire al mondo la visione che oggi manca».
Papa Leone ha usato parole molto chiare, di condanna della guerra e di rilancio della pace, eppure tanti potenti hanno fatto finta di nulla, per troppo tempo.
Leone chiama le cose con il loro nome, con sobrietà e pragmatismo. Ha evocato l’immoralità e la disumanità del conflitto e della violenza, ha posto il tema dell’illegittimità dell’uso della forza. Complessivamente, la diplomazia vaticana ha usato parole nettissime, che rappresentano un grande ostacolo per la strategia trumpiana.
Nell’incontro con Macron, si è convenuto sulla necessità di «ristabilire la convivenza pacifica attraverso il dialogo e il negoziato».
Mi pare venga confermato il reciproco interesse, della Santa Sede e di un Paese simbolo dell’Europa come la Francia, di mettere sul campo una parola dimenticata: multilateralismo. Dobbiamo allargare il terreno del confronto, ridando libertà di movimento ai tradizionali, grandi attori della scena diplomatica. Il mondo non è di un uomo solo al comando, il mondo ha bisogno di spazi negoziali. E il monito che arriva dalla visita odierna in Vaticano del capo dell’Eliseo è un monito anche per l’Europa.
Chi sono gli altri destinatari di questo messaggio?
Penso alle grandi istituzioni internazionali, come l’Onu, che hanno un gran bisogno di uscire dal letargo, proprio mentre gli Usa si stanno chiudendo nel loro isolamento. Penso a quella parte di Paesi europei che hanno sin qui guardato spesso con un atteggiamento di sudditanza alle mosse della Casa Bianca. Penso infine a tanti movimenti dal basso nati dentro la società civile: è significativo ad esempio che le comunità religiose siano riuscite ad esprimere in questa fase quelle logiche di mediazione che dovrebbero appartenere invece ai soggetti istituzionali.
Come giudica invece ciò che sta accadendo in quella parte dell’Occidente incarnata da Stati Uniti e Israele, che continua a raccontare la guerra in modo apocalittico, come lo scontro finale tra il bene e il male?
Quel che più preoccupa è l’alleanza in atto tra il fondamentalismo cristiano e il radicalismo ebraico. Da una parte Netanyahu e Israele sembrano essersi assunti il ruolo di testimoni di una sorta di sionismo cristiano, basato sull’esegesi letterale delle Scritture. D’altro canto, il fondamentalismo cristiano, nella forma del nazionalismo spinto che domina oggi la Casa Bianca, non è solo un’iperbole ma una scelta di politica concreta. In questo caso non ci si limita a un’interpretazione letterale dei testi, ma si selezionano alcuni specifici brani biblici, a ispirazione profetica e millenarista. Questa ermeneutica vale per l’ala cattolica e per quella protestante, entrambe presenti nell’amministrazione Trump e all’interno del movimento Maga. Ci sono poi lobby politiche fortissime che hanno portato allo scenario attuale. È come se sul mondo aleggiasse uno spirito di guerra. Per questo, le parole di pace che stiamo ascoltando in questi giorni dal cuore di Roma sono il segnale di un impegno simbolico per la pace potentissimo. Sta alla politica tradurlo adesso in proposte concrete.
© RIPRODUZIONE RISERVATA





