Gli Usa hanno ripreso i raid sull'Iran. È «autodifesa» o tattica negoziale?

Nel mirino siti di lancio missilistico e imbarcazioni nello Stretto di Hormuz. «Dobbiamo proteggere le nostre truppe dalle minacce». La replica di Teheran: qualsiasi nuova aggressione riceverà una risposta «molto più severa». Ma Rubio dice che «un accordo è ancora possibile»
Google preferred source
May 26, 2026
Scene di vita quotidiana  a Teheran
Il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, in volo mentre spiega ai giornalisti la strategia della Casa Bianca in Iran dopo gli ultimi raid / Ansa
«Un accordo con l'Iran è ancora possibile, nonostante gli ultimi attacchi statunitensi contro siti missilistici nel sud dell'Iran». A dirlo, a raid ancora “caldi”, il segretario di Stato americano, Marco Rubio. Mentre a Doha si concludeva l'incontro tra i negoziatori iraniani e i mediatori del Qatar, con le squadre negoziali che continuano a lavorare a un faticoso "memorandum d'intesa”, la macchina da guerra Usa si è rimessa in moto.
Secondo il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom), le forze armate statunitensi hanno condotto «attacchi di autodifesa» contro siti di lancio missilistico e imbarcazioni iraniane nello Stretto di Hormuz. Le motivazioni dei raid? Si è trattato di «attacchi di autodifesa nel sud dell'Iran per proteggere le nostre truppe dalle minacce poste dalle forze iraniane», ha dichiarato il portavoce del Centcom, Timothy Hawkins, alla Cnn. «Gli obiettivi includevano siti di lancio missilistico e imbarcazioni iraniane che tentavano di posizionare mine. Il Comando Centrale degli Stati Uniti continua a difendere le proprie forze, pur mantenendo la moderazione durante il cessate il fuoco in corso», ha precisato.
La replica di Teheran non si è fatta attendere. Abolfazl Shekarchi, portavoce di alto livello delle Forze Armate iraniane, ha dichiarato che qualsiasi nuova aggressione contro l'Iran riceverà una risposta «molto più severa» che si estenderà oltre i confini della regione. «Se verremo attaccati, i nostri attacchi saranno più duri, più intensi e più potenti. La nostra risposta andrà oltre la regione - la dichiarazione del militare, così come riportata su X - L'obiettivo è già stato individuato ed è pronto. La risposta a qualsiasi nuova aggressione sarà diversa. Se impediranno le nostre esportazioni, l'Iran impedirà al petrolio di lasciare la regione». «L'Iran - ha detto Shekarchi secondo l'agenzia iraniana Fars - è pronto per una nuova guerra e ha individuato l'obiettivo in caso di aggressione da parte degli Stati Uniti e del regime sionista». «Daremo una risposta più intensa, più pesante e più forte a qualsiasi aggressione». È tornata a farsi sentire la "voce" della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, riportata dall'agenzia Tasnim. Che, in qualche modo, conferma la strategia militare e geopolitica seguita dall'Iran nel colnflitto: scardinare la rete di alleanze Usa nella regione. "L'ago della lancetta del tempo non torna indietro e le nazioni e i territori della regione non saranno più uno scudo per le basi americane. L'America non avrà più un punto sicuro per le sue malefatte e per l'installazione di basi militari nella regione", ha attaccato Khamenei.
L’azione militare conferma il doppio canale seguito dagli Usa, diplomatico e militare. Il classico "carota e bastone", insomma. Per la diplomazia Usa la possibilità di un accordo non sarebbe stata affossata. O almeno così pretende Rubio. «Si sono tenute alcune discussioni in Qatar, quindi vedremo se riusciremo a compiere progressi. Penso che le discussioni ruotino molto attorno alla formulazione precisa del testo iniziale, quindi ci vorranno alcuni giorni», ha dichiarato il segretario di Stato Usa a Jaipur, durante la visita ufficiale in India. «Il presidente ha espresso la sua volontà di raggiungere un accordo. O concluderà un accordo, o non ci sarà alcun accordo» ha concluso. Resta lo “scoglio” dello Stretto di Hormuz. «Sarà aperto in un modo o nell'altro» ha tagliato corto il capo della diplomazia statunitense. Nel frattempo il presidente Usa Donald Trump si è pronunciato sulla questione dell’uranio arricchito – altro buco nero dei negoziati: sarà consegnato «immediatamente» dall'Iran agli Stati Uniti «per essere riportato in patria e distrutto».
Sull’altro fronte negoziale, intanto, continua l’attivismo di Pechino. Ieri il presidente cinese Xi Jinping ha accolto il primo ministro pachistano Shehbaz Sharif, accompagnato significativamente dal potente capo dell'esercito di Islamabad Asim Munir, reduce da una recente visita a Teheran per incontri con la leadership iraniana. Come riporta la Reuters, nel salutare Sharif nella Grande Sala del Popolo di Pechino, Xi ha definito il leader pachistano un "vecchio amico" e ha affermato che i due paesi si sono "compresi, fidati e sostenuti a vicenda" per decenni, forgiando un'"amicizia tradizionale indissolubile".
«Indipendentemente da come cambi la situazione internazionale, la Cina dà sempre la priorità allo sviluppo delle relazioni sino-pachistane nella sua diplomazia di vicinato» ha affermato Xi. Un asse che si sta sperimentando (e consolidando) anche “grazie” alla guerra contro l’Iran. Anche se c’è chi ha sottolineato come l’ambiguità del Pakistan (legata all’Aria Saudita da un patto di difesa) potrebbe di fatto inficiare il suo ruolo di “parte terza” abilitata a negoziare.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire