È scaduta l’intesa fra Usa e Russia: da oggi il mondo rischia l’anarchia nucleare
Il Trattato New Start limitava gli arsenali strategici delle due potenze. Trump: «Possiamo averne uno migliore». E progetta di includere la Cina. Mosca: «Non abbiamo più obblighi»

Come una mannaia, il 5 febbraio segna lo spartiacque fra l’anarchia nucleare mondiale e un rinnovato impulso alla disciplina pattizia delle pulsioni atomiche dei due grandi: Stati Uniti e Russia. Decade oggi il trattato bilaterale New Start, traballante dal 2023, ma vincolante dal 2010 gli arsenali strategici russo-americani, costretti a un tetto massimo di 1.550 testate schierabili e di 800 missili a lungo raggio e bombardieri pesanti. New Start che finché ha retto fluidamente ha permesso più di 300 ispezioni congiunte in sito, per verificare il rispetto dei limiti, e oltre 20mila notifiche sui movimenti dei lanciatori.
Intervistato dal New York Times, il presidente americano Donald Trump si è mostrato impassibile: «Il New Start? Che scada pure». Ostentando un ottimismo incauto: «Negozieremo un accordo migliore». Vorrebbe infatti un’intesa trilaterale estesa al Paese più proliferante dei nove detentori dell’atomo bellico: la Cina, balzata nel giro di pochi anni a 600 ordigni e protesa verso il migliaio a fine decennio. Una spirale incrementale qualitativa e quantitativa.
Pochi mesi fa, lo stesso Trump, che non ha mai amato il New Start, ha ordinato una ripresa dei test nucleari nazionali e ribadito la centralità delle armi strategiche nei documenti dottrinari sulla politica estera, la sicurezza nazionale e la difesa. In un colloquio telefonico col presidente cinese Xi Jinping, l’omologo russo Vladimir Putin ha ribadito ieri che Mosca è aperta «a una via negoziale che garantisca la stabilità strategica», aggiungendo che, scaduto il New Start, la Russia agirà «in modo misurato e responsabile, sulla base di un’analisi approfondita della situazione generale della sicurezza». Ma il suo ministero degli Esteri ha precisato che «le parti del trattato non sono più vincolate da alcun obbligo o dichiarazione simmetrica e la Russia è pronta ad adottare contromisure tecnico-militari decisive per contrastare eventuali minacce aggiuntive alla sicurezza nazionale». Due giorni prima, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitrij Medvedev, aveva confidato alle agenzie di stampa Reuters e Tass e al blogger militare russo WarGonzo, i suoi timori: «Non dico che la scadenza del trattato implichi una catastrofe immediata e l’inizio di una guerra nucleare, ma dovremmo essere allarmati tutti quanti». Evocando il timer dell'Apocalisse, Medvedev aveva aggiunto: «Gli orologi stanno ticchettando e ovviamente accelereranno» verso una maggiore probabilità che una catastrofe causata dall'uomo distrugga il pianeta. «La nostra proposta» di prorogare il New Start per un anno per consentire ai diplomatici di negoziare un nuovo accordo «rimane sul tavolo».
Il trattato non è stato sconfessato. «Se la parte americana desidera prorogarlo, ciò è possibile». A settembre, lo stesso Putin aveva formulato una proposta parziale nelle dinamiche applicative, escludendo che l’anno di proroga contemplasse ispezioni e verifiche bilaterali, da lui stesso interrotte fin dai tempi della pandemia di coronavirus. In questa fase storica di neo-competizione nucleare globale fra Russia, Usa e Cina, e potenze minori come Francia, Regno Unito, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord – accomunate alle prime da una moltiplicità di programmi di aggiornamento dell'arma finale, dei sistemi di lancio e da un’opacità crescente sulle testate operative – la corsa nucleare rischia di deteriorarsi, priva a breve di accordi limitativi. Speculari ai dati dell'Istituto per gli studi sulla pace di Stoccolma, anche quelli della Federazione degli scienziati americani stimano in 9.614 le testate nucleari nei vari arsenali, per oltre quattro quinti russo-statunitensi. Quasi 4mila sarebbero quelle dispiegate e 2.100 fra quelle russe, statunitensi, cinesi, britanniche e francesi sarebbero pronte all'uso, nell'immediatezza di un ordine di lancio. Sono lontani gli anni Ottanta, con le promesse dei negoziati Start, non meno che gli anni della presidenza di Jian Zemin, statista cinese, irremovibilmente avverso, come Xi Jinjping, ai programmi statunitensi di scudo spaziale, ma pronunciatosi nel marzo 1999, alla Conferenza sul disarmo di Ginevra, a favore di negoziati globali per eliminare le armi nucleari. Appelli caduti nel vuoto, come quelli incessanti di papa Francesco e di Leone XIV.
La Cina del 2026 non si nasconde più: se mai decidesse di vincolare i propri sistemi, siglando un'intesa con Washington e Mosca, lo farà solo su un piede di parità con i due grandi. Non induce alla speranza nemmeno quel suo principio di deterrenza duale, animus delle neo-direttive strategiche della Commissione militare centrale, configuranti una forza armata capace di vincere guerre locali ad alta tecnologia, in cui le forze missilistiche strategiche giocherebbero una partita cruciale, munite come sono di capacità critiche in tutti gli ipotetici scontri per il sovvertimento dello status quo nel Mar cinese meridionale, per un conflitto con l’India e, soprattutto, per una campagna multidominio di riunificazione con Taiwan, scenari che vedrebbero coinvolti pure gli Usa.
© RIPRODUZIONE RISERVATA





