Board of Peace, atto primo. Gran parte dell'Europa non sarà alla corte di Trump

La Casa Bianca ha invitato 50 Paesi, le risposte positive sono state 27. A Washington presenti capi di Stato e di governo, per l'Italia che sarà "osservatrice" ci sarà Tajani. Attesa per i possibili dettagli sull'annunciata ricostruzione di Gaza
February 18, 2026
Board of Peace, atto primo. Gran parte dell'Europa non sarà alla corte di Trump
Il presidente americano Donald Trump alla presentazione del Board of Peace durante l'ultimo summit di Davos / Ansa
Si terrà giovedì, a Washington, la prima riunione operativa del Board of Peace, l’organismo internazionale presentato dal presidente statunitense Donald Trump per attuare la “pax americana” nella Striscia di Gaza che, nel frattempo, ha preso la forma di uno strumento per la risoluzione dei conflitti globali. Alla sede dell’Institute of Peace, dove avrà sede l’evento, sono attesi 35 capi di Stato e di governo. Presenti anche diversi ambasciatori e alti funzionari inviati alla “corte” del tycoon solo per opportunità diplomatiche.
La Casa Bianca, lo ricordiamo, ha formalmente invitato 50 Paesi a unirsi al Board. Le risposte positive arrivate fino ad oggi sono state 27. Dal Medio Oriente è arrivato il “sì” di Israele, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Bahrein, Kuwait, Qatar e Arabia Saudita. Dall’Asia quelli di Armenia, Azerbaigian, Pakistan, Kazakistan, Uzbekistan, Mongolia, Cambogia, Indonesia e Vietnam. Le adesioni dall’America Latina riguardano Argentina, El Salvador e Paraguay mentre quelle pervenute dal Nord Africa sono di Egitto e Marocco. I Paesi che hanno accolto l’invito dall’Europa sono Albania, Bielorussia, Bulgaria (in attesa della ratifica parlamentare), Ungheria e Kosovo. Altre nazioni hanno scelto una partecipazione limitata o indiretta. Italia, Grecia, Cipro, Romania, Messico e Repubblica Ceca prenderanno parte come osservatori, senza diritto di voto, mentre il Giappone e la Russia hanno fatto sapere che stanno decidendo il livello di rappresentanza da inviare al Board.
La gran parte dei governi Ue ha declinato l’invito. Diffusa è la perplessità che il nuovo organo di pace possa indebolire il ruolo delle Nazioni Unite nei processi di pace multilaterali. “No” anche dal Vaticano, dall’Australia e dalla Nuova Zelanda. Al governo di Ottawa, Trump ha ritirato l’invito dopo un duro scontro avvenuto con il primo ministro canadese Mark Carney. Ci sono infine Paesi, come Brasile, Oman e Thailandia, da cui gli Stati Uniti stanno ancora aspettando una risposta. Nessun riscontro, per ora, neppure dalla Cina. Giorni fa, l’ambasciatore russo Yuri Ushakov si è slanciato in una dichiarazione a suo modo chiarificatrice: «Le posizioni di Mosca e Pechino sul Board coincidono».
La formazione del Board sintetizza i nuovi equilibri mondiali e le dinamiche li governano. A Washington ci saranno i vecchi e i nuovi alleati del presidente. Sono arrivati, tra gli altri, il segretario generale del Partito comunista vietnamita To Lam, il primo ministro cambogiano Hun Manet e il presidente indonesiano Prabowo Subianto. Atteso il presidente argentino Javier Milei. Israele sarà rappresentata dal ministro degli Esteri Gideon Saar, dopo l’adesione firmata dal premier Benjamin Netanyahu. L’Ue ha mandato “in ambasciata” la commissaria per il Mediterraneo, Dubravka Šuica. Bruxelles ha sottolineato con una nota che «la decisione di non aderire al Board of Peace come membro non influisce sul nostro continuo impegno per il successo del Piano di Pace». Anche Berlino, che si è sfilato dall’iniziativa, ha mandato un alto funzionario a presenziare. Per l’Italia “osservatrice” ci sarà il titolare della Farnesina Antonio Tajani. «Vogliamo essere presenti nel momento in cui si parla e si prendono decisioni per la ricostruzione di Gaza e sul futuro della Palestina», ha sottolineato il ministro.
Alla riunione inaugurale, gli Stati membri dovrebbero annunciare un impegno collettivo di 5 miliardi di dollari per la ricostruzione di Gaza, che secondo le stime delle Nazioni Unite ammonta a circa 70 miliardi di dollari. Ci si aspetta anche qualche dettaglio sui piani per dispiegare migliaia di unità di personale in forze internazionali di stabilizzazione e di polizia nella Striscia e, aspetto non secondario, sui Paesi che prenderanno parte a questi sforzi. Le attese, insomma, sono alte. Ma gli addetti ai lavori avvertono: «Se il vertice non produrrà risultati rapidi e tangibili sul terreno, in particolare sul piano umanitario, la credibilità del Board crollerà rapidamente».

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