«Attenti, in Iran si rischia il caos. Come è già successo in Iraq e in Afghanistan»

Lior Sternfeld insegna storia e studi ebraici alla Penn State University: «Trump si è lasciato convincere da Netanyahu, ma difficilmente i cambi di regime si ottengono con un intervento militare esterno. Spesso il potere costituito si ricompatta e le opposizioni interne, che pure a Teheran sono cresciute in questi mesi, finiscono per essere stroncate»
March 1, 2026
«Attenti, in Iran si rischia il caos. Come è già successo in Iraq e in Afghanistan»
Lo storico Lior Sternfeld
«Gli obiettivi dell’attacco? Non ne ha. Almeno ufficialmente. Nessuno li ha dichiarati». Quella di Lior Sternfeld non è solo una provocazione. «Donald Trump ha chiuso la “guerra dei dodici giorni”, lo scorso giugno, dicendo di avere raso al suolo la minaccia nucleare di Teheran. Difficile che abbia potuto ricostituirla in così poco tempo. Tolta questa giustificazione resta l’interesse – indubbio – degli Stati Uniti per un cambio di regime in Iran. Il punto è se così riusciranno ad ottenerlo. Il presidente Usa pare essersi lasciato convincere da Benjamin Netanyahu e dalla sua idea fissa di uccidere Ali Khamenei nell’illusione di far cadere gli ayatollah. Al contrario del premier israeliano non sono affatto sicuro del risultato», afferma il docente di storia e studi ebraici alla Penn State University, tra i maggiori esperti di questioni iraniane. Nel 2024 ha incontrato, a margine dell’Assemblea generale Onu, il presidente Masud Pezeshkian, divenendo il primo cittadino israeliano a riunirsi pubblicamente con un leader della Repubblica islamica. Otto mesi fa, è stato tra i promotori dell’appello di intellettuali e attivisti di entrambi i Paesi contro il conflitto, sottoscritto, tra gli altri dalla Nobel per la Pace Narges Mohammadi.
Professore, perché ritiene che la decapitazione dei vertici iraniani potrebbe non portare a un nuovo corso?
Perché difficilmente ciò si ottiene con un intervento militare esterno. Il più delle volte, questi, scatenano il caos, distruggono infrastrutture strategiche e uccidono innumerevoli vite umane, causando un crollo dello Stato. Con enormi rischi per il Paese, la regione, Israele e gli Usa.
A quali rischi si riferisce?
Li abbiamo già visti in Iraq o Afghanistan. Un Iran in preda al caos potrebbe diventare rifugio di formazioni estremiste vecchie – come il Daesh – o nuove. Il che costituirebbe un pericolo per i vicini, Israele incluso. Le milizie e i gruppi terroristici sono molto meno razionali e più imprevedibili di uno Stato, per quanto nemico. Oltretutto l’intervento è avvenuto nel mezzo di un negoziato: un precedente negativo per le altre nazioni della regione che faranno ancora più fatica a fidarsi della diplomazia. Non credo, poi, che un focolaio di instabilità sul Golfo sia quello che gli Stati Uniti vogliono. Trump ha duramente criticato, in passato, le «guerre eterne» dei predecessori. E non sembra disposto a un investimento eccessivo a Teheran in termini di perdite e risorse. Punta a una soluzione venezuelana o, per restare in area, pachistana o egiziana: una dittatura relativamente amichevole con Washington. Magari con i Guardiani della rivoluzione – che hanno il controllo dell’economia e di parte dell’apparato di sicurezza – al comando. Di nuovo, però, credo sia fuori strada.
Per quale ragione?
Le aggressioni compattano i regimi. Stavolta le ostilità potrebbero durare ben più a lungo di dodici giorni: gli ayatollah sanno di battersi per la propria sopravvivenza. Venderanno cara la pelle. Una pessima notizia per l’opposizione interna.
Lo crede davvero? Eppure a gennaio abbiamo visto i giovani in piazza chiedere l’aiuto di Trump...
L’Iran ha 96 milioni di abitanti. Non possiamo sapere cosa pensa ciascuno di essi. Conosciamo, però, la posizione dei principali esponenti e gruppo dell’opposizione politica, i quali hanno espresso forte contrarietà rispetto a un intervento esterno. Gli unici a volerlo sono i sostenitori del deposto Scià ma non sono un attore rilevante all’interno per quanto rumoroso. I dissidenti più accreditati sanno che se il regime riesce a sopravvivere aumenterà esponenzialmente la repressione. Se, invece, cade nel sangue, il costo per ricadrà sulle spalle del Paese per generazioni. L’implosione dell’Iran non sarebbe una vittoria per nessuno.
Finora, però, l’opposizione interna può riuscire a rovesciare la Repubblica islamica. Crede che potrebbe farcela nel prossimo futuro senza una “spinta” esterna?
Ne sono abbastanza certo. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un rafforzamento delle forze oppositrici che ora rischiano di essere stroncate. Simili processi, però, richiedono tempo e Trump non ha una visione di lungo periodo. La sua priorità è il petrolio. Resta da vedere se le bombe sono la via migliore per aggiudicarselo. Di certo non lo sono per il presente e il futuro dell’Iran. Solo una transizione endogena può portare a un cambiamento autentico e duraturo.

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