L'Iran conferma: Khamenei è morto. I 37 anni di potere dell'ayatollah succeduto a Khomeini
di Camille Eid
L'annuncio fatto dalla tv di Stato. Il Paese proclama un lutto di 40 giorni. Chi era l'uomo che ha mantenuto il potere assoluto nella Repubblica islamica, dalla religione alla politica fino all'economia

La tv di Stato iraniana conferma la morte di Ali Khamenei, Guida suprema dell'Iran. Un presentatore della televisione di Stato iraniana ha annunciato, in lacrime, la morte dell'ayatollah, al potere da 37 anni. La televisione iraniana non ha precisato in quali circostanze Ali Khamenei sia morto, a 86 anni, né ha menzionato i raid israeliani e statunitensi di sabato contro la sua residenza a Teheran. In onda vengono trasmesse foto e immagini d'archivio, con un nastro nero sullo schermo in segno di lutto. Nel Paese è stato proclamato anche un periodo di lutto di 40 giorni e 7 giorni festivi. «Con il martirio della guida suprema, il suo percorso e la sua missione non andranno persi né saranno dimenticati, ma saranno perseguiti con maggiore vigore e zelo», ha commentato un presentatore della tv.
«Marg bar diktator», «morte al dittatore» in farsi, è stato lo slogan più gridato dai manifestanti che protestavano prima nel 2022 contro la morte violenta della giovane Mahsa Amini, poi nel dicembre 2025 durante le ultime manifestazioni. Tuttavia, nessun oppositore iraniano avrebbe mai pensato che quell'augurata morte sarebbe avvenuta in un raid israeliano e all'interno del suo complesso fortificato. Le voci altalenanti sulla fine di Ali Khamenei hanno tenuto con il fiato sospeso l'intera gerarchia iraniana che sperava in una riedizione della sua ricomparsa dopo la fine della “Guerra dei 12 giorni”. «Se a giugno non ci fosse stata la Guida suprema, avremmo cominciato a litigare tra di noi e non ci sarebbe stato bisogno di un intervento di Israele», dirà qualche mese dopo il presidente della Repubblica Masoud Pezeshkian, ricordando che, nei momenti in cui sorgevano le divergenze, la figura di Khamenei «era lì, in piedi, e diceva cosa bisognava fare e cosa no».
Ora l'ayatollah che ha detenuto le sorti dell'Iran per 37 anni – sui 47 anni di vita della Repubblica islamica – non c'è più. Le foto del cadavere, trovato fra le macerie, sarebbero state mostrate, secondo fonti israeliane, a Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Le speculazioni sulla «fine imminente» di Khamenei, ogniqualvolta veniva ricoverato «in gravi condizioni», sono andate avanti per almeno quindici anni. Con i suoi occhiali tartaruga, la barba bianca e il turbante nero riservato ai discendenti del profeta, ha incarnato la figura più enigmatica del regime teocratico iraniano. Nato nel 1939 nella città santa di Mashhad, nell'est dell'Iran, in una famiglia che ha dato vari religiosi sciiti, Khamenei ha studiato filosofia islamica fino al 1962 tra Najaf, in Iraq, e Qom dove ha seguito i corsi di Khomeini. Tuttavia, gli avversari ne hanno sempre messo in evidenza le conoscenze «assai limitate» in materia di religione.
Il suo attivismo contro lo scià gli è valso sei arresti tra il 1962 e il 1975 e un breve confinamento nel 1978, poco prima della rivoluzione islamica che ha messo fine alla monarchia dei Pahlavi. Nel 1979, a quarant'anni, era tra le figure di primo piano del nuovo regime instaurato da Khomeini. Quest’ultimo ha deciso di premiarlo nominandolo prima comandante dei pasdaran, le Guardie della rivoluzione, poi tra i membri del Consiglio, e infine imam della preghiera del venerdì a Teheran nonché suo rappresentante presso il Consiglio supremo della difesa. Nel 1981, in piena guerra Iran-Iraq, Khamenei è diventato il primo religioso a ricoprire la carica di presidente della Repubblica, un posto che ha conservato per due mandati, fino al 1989. Durante la sua presidenza, ha evitato di entrare in contrasto con Khomeini, rifiutando ostinatamente ogni cessate il fuoco per mettere fine al conflitto. Alla morte del leader, nel 1989, è stato eletto come nuova Guida suprema dall'Assemblea degli esperti, un collegio di 80 religiosi a cui spetta la nomina e la rimozione del capo.
Khamenei non ha mai avuto il carisma del predecessore, ma sicuramente la sua fermezza da falco. Il leader ha così bloccato tra il 1997 e il 2005 tutti i tentativi di apertura delle istituzioni e delle società voluti dal presidente riformista Mohammed Khatami. Fino a fermare, nel 2006, un decreto con cui si autorizzavano le donne iraniane a frequentare lo stadio. In un regime che assegna al Rahbar-e moazzam, la Guida suprema, delle prerogative più vaste rispetto a quelle del presidente della Repubblica, Khamenei ha potuto dettare l’orientamento generale dell'Iran in diversi settori, da quello militare alla politica estera e il nucleare. Nel 2013, un'inchiesta della Reuters ha svelato una terza dimensione del potere di Khamenei, quella economica. La Guida suprema, di cui spesso è stato enfatizzato lo stile di vita frugale e austero, risultava invece a capo di un impero finanziario da 95 miliardi di dollari, molto più della ricchezza contestata in tribunale al deposto scià.
Un impero fondato sulle ramificazioni di un’organizzazione chiamata Setad che ha costruito la propria ricchezza sulle espropriazioni. Il fine ultimo, spiegava l'agenzia britannica, doveva essere caritatevole, rivolto a sostenere i veterani e le vedove di guerra. Negli ultimi anni Setad si è, invece, trasformata in un colosso degli affari con partecipazioni in tutti i settori dell’economia iraniana: dalla finanza, all’industria petrolifera, alla telecomunicazione, alla farmaceutica, «fino all’allevamento delle ostriche». L'uomo che ha fatto il bello e cattivo tempo nella Repubblica islamica lascia una carica non più considerata intoccabile. Nei circoli iraniani si mormora da tempo che preparasse la successione il favore del figlio, Mujtaba. Molto probabile che il suo nome figuri nella catena di comando preventiva istituita negli ultimi giorni. Ma non cambia molto. Khamenei sembra andarsene senza aver chiuso un conto aperto con Washington. Nel 2020, aveva promesso «una vendetta implacabile» contro i responsabili della morte del generale Qassem Soleimani e di altri “martiri”. Ora, nel tetro elenco, figurerebbe anche lui.
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