sabato 28 ottobre 2017
Il presidente destituito potrebbe essere arrestato lunedì. Nel suo discorso non parla di assemblea costituente. Madrid: elezioni regionali il 21 dicembre
L'esultanza dei sindaci indipendentisti ieri al Parlament (Ansa)

L'esultanza dei sindaci indipendentisti ieri al Parlament (Ansa)

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«Continueremo a lavorare per un paese libero e una società con meno ingiustizie». Così il presidente destituito della Catalogna, Carles Puigdemont, in un intervento registrato risponde alle mosse di Madrid che, dopo la proclamazione dell'indipendenza al Parlament di Barcellona, ha dichiarato sciolti Governo e Parlamento di Barcellona. «In una società democratica sono i parlamenti che eleggono o destituiscono i presidenti» afferma Puigdemont, invitando all'«opposizione democratica all'applicazione dell'articolo 155» della Costituzione spagnola da lui definita un'«aggressione premeditata alla volontà espressa dai catalani».

Puigdemont rifiuta di accettare la destituzione, ma non accenna nel suo discorso alla convocazione di un'assemblea costituente, primo passo verso l'indipendenza vera e propria.

Per Puigdemont lunedì potrebbero scattare le manette: il quotidiano catalano Ara riferisce che la Procura dello Stato spagnolo presenterà contro di lui e contro il governo catalano una denuncia per sedizione e ribellione e chiederà misure cautelari.

Venerdì lo strappo: «La Catalogna è indipendente»

Ore 15.37. L’applauso prolungato si scioglie in canto. «Catalunya, triomfant», intona in coro la fila sinistra dell’emiciclo. L’intero fronte indipendentista è in piedi, impettito, mentre canta “Els Segadors” (I mietitori), l’inno catalano. L’atto di nascita delle Repubblica è stato consumato. Con 70 voti a favore, due contrari e dieci astenuti, il Parlament (l’Assemblea regionale) ha approvato la mozione secessionista presentata da Junts pel sí, lo schieramento al governo della Generalitat (esecutivo catalano). Il lato opposto dell’Aula è vuoto. I delegati socialisti, popolari e di Ciudadanos sono usciti poco prima. Per non dover assistere, impotenti, allo “strappo”. Il più sconfortato è Miquel Iceta, il socialista che fino all’ultimo ha cercato di bloccarlo.

Il presidente catalano Carles Puigdemont (Ansa)

Il presidente catalano Carles Puigdemont (Ansa)

La convulsa giornata di giovedì si era chiusa con il doloroso fallimento della mediazione, portato avanti da più parti, con Partito socialista (Psoe) e Partito nazionalista basco (Pnv) in prima linea. «Sulla secessione deciderà il Parlament», aveva tuonato il presidente catalano, Carles Puigdemont. La seduta, cominciata poche ore dopo, doveva arrivare oggi al momento clou. Con la votazione sulle proposte presentate dai differenti schieramenti. Le speranze di una ricomposizione dell’ultima ora si sono infrante già prima dell’apertura dei lavori. Quando Junts pel sí ha sottoposto all’Aula un testo “separatista”. In un inutile tira e molla, l’opposizione ha cercato di convincere la maggioranza a metterlo da parte. I socialisti sono arrivati perfino a presentare ricorso alla Corte costituzionale, che si pronuncerà lunedì. Ma la decisione era già presa. Agli sconfitti non è rimasto che disertare la riunione, mentre la presidente del Parlament, Carme Forcadell, leggeva l’incipit della dichiarazione: «Costituiamo la Repubblica catalana come stato indipendente, sovrano, democratico e sociale». Il voto – segreto, per volontà di Junts pel sí – era scontato. Scheda dopo scheda, nell’Aula della Ciudadela risuonava la parola “sì”, con l’eccezione della costola locale di Podemos.

A 27 giorni dal referendum indipendentista, il processo costituente «del nuovo Stato d’Europa» è in marcia. Anche se ci vorranno quindici giorni perché la commissione ad hoc sia costituita. Sempre che nel frattempo, i vertici della Generalitat e del Parlament – “colpevoli” questi ultimi di aver consentito il «voto illegale» – non finiscano in cella per ribellione. Reato che prevede fino a 30 anni di carcere. La Procura generale ha pronta la denuncia da giorni. Non ci metterà molto a tirarla fuori. Già lunedì potrebbe presentare l’istanza alla Corte suprema.

Madrid è decisa ad impiegare il pugno di ferro. Il Senato, 45 minuti dopo la proclamazione dell’indipendenza, ha dato il via libera alla sospensione dell’autonomia catalana e ha azzerato la Generalitat. La comunità internazionale non sembra intenzionata a intervenire in soccorso della neonata Repubblica. Lo hanno detto chiaramente gli Stati Uniti, l’Unione Europea e vari degli Stati membri. A cominciare da Gran Bretagna e Germania. «Non riconosciamo questa dichiarazione d’indipendenza», ha dichiarato il portavoce del governo tedesco, Steffen Seibert. Lo stesso ha detto il ministro degli Esteri italiano, Angelino Alfano che ha definito l’atto del Parlament «un gesto gravissimo e fuori dalla cornice della legge».

L’ombra di un futuro incerto e difficile grava, dunque, sulla Catalogna «llure » (libera), come gridava la folla riunita nel Paseig Lluis Companys, dietro l’edificio del Parlament. Barcellona lo sa. Lo stesso Puigdemont lo ha ammesso nella prima dichiarazione post-strappo, in cui ha chiesto ai “suoi” di mantenersi «fermi», agendo con «pace, senso civico e dignità».

Ieri, tuttavia, il popolo indipendentista ha scelto di godersi la festa. Le associazioni pro separazione, Asemblea nacional catalana (Anc) e Ómnium cultural, avevano convocato i sostenitori fin dalla mattina per seguire in diretta – attraverso tre maxi-schermi – la seduta del Parlament. Si erano presentati in 12mila. Inclusi i sindaci delle migliaia di “municipi ribelli”, arrivati con in pugno il “bastone”, simbolo tradizionale del comando. «Visca Catalunya» ( Viva la Catalogna), urlavano, con le mani giunte fino a formare una sorta di catena umana intorno all’Assemblea, per garantirle una simbolica protezione. Poi, a strappo avvenuto, la folla s’è riversata in Plaza San Jaume, davanti alla Generalitat, per la festa organizzata da Ómnium. Alla chiamata hanno risposto in 17mila. Tanti, ma non le centinaia di migliaia dei giorni scorsi. Nel mentre, vari Comuni – a cominciare dai capofila: Girona, Figueres, Sabadell, Vic, Reus, Lleida – hanno ammainato la bandiera spagnola, sostituita con l’estelada, drappo simbolo del separatismo.

Fino a tarda serata, l’inno “Es Segadors” riempiva le strade. Nell’euforia del momento, probabilmente, pochi ricordavano che il canto racconta di un’antica sollevazione finita male. Nel 1640, i “mietitori rivoltosi” cacciarono gli spagnoli dalla Catalogna. L’indipendenza che seguì, però, durò non più di una settimana. Poi, la regione finì sotto il gioco francese e fu smembrata. A Barcellona, dunque, non resta che sfatare la profezia di Karl Marx, facendo in modo che la storia non si ripeta, né in tragedia né in farsa.

Rajoy decapita Barcellona: «Si voterà il 21 dicembre»

Intanto è “piovuta” anche la risposta di Madrid. Dura. Perentoria. Rapida. Preannunciata dalle parole altrettanto ruvide usate dal premier spagnolo Mariano Rajoy, subito dopo la proclamazione di indipendenza della Catalogna. Siamo davanti a «un atto criminale», «contro la legge», ha detto Rajoy. «Lo Stato reagirà. Faremo le cose per bene, con misura, con efficacia. Chiedo tranquillità a tutti gli spagnoli. Lo Stato di diritto restaurerà la legalità in Catalogna», ha messo in chiaro il premier. Poi in serata Rajoy è tornato a parlare, pronunciando le parole forse più attese: «Lo Stato spagnolo utilizzerà tutti i mezzi necessari in maniera pacifica. Ora si tratta di arginare i danni». Insomma, non c’è più spazio per mediare, per ricucire una crisi spalancatosi di fatto il sei settembre: si va allo scontro frontale. Ma uno scontro che sarà «pacifico». Madrid vuole fare in fretta. Tanto che ha già indicato la data delle nuove elezioni regionali, fissate per il 21 dicembre. E “mandato a casa” il Parlament e il governo della Catalogna.

Già pochi minuti dopo lo strappo, il Senato spagnolo si è mosso. Approvando l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione con cui Madrid di fatto mette sotto tutela le istituzioni catalane. La misura è stata sostenuta dai principali partiti, con l’eccezione di Podemos. Incluso, dunque, il Partito socialista (Psoe) che, fino all’ultimo, aveva cercato di aprire un canale di dialogo con Barcellona per evitare il commissariamento. La Catalogna, da sempre, un bacino di consenso importante per il Psoe e l’appoggio all’articolo 155 rischia di fargli perdere terreno. Alla fine, però, il negoziato è naufragato. L’ex presidente della Generalitat e senatore socialista, José Montilla – in prima linea nella mediazione – è uscito dall’Aula al momento del voto per non dover appoggiare la sospensione dell’autonomia.

Le 3 mosse di Madrid. «Puigdemont rischia l'arresto»

Madrid è impegnata su tre fronti per neutralizzare quella che considera il “salto nel vuoto” dell’indipendenza.

Primo: la rimozione del presidente della Generalitat, Carles Puigdemont e di tutti i membri del suo governo, formalizzata dallo stesso premier. Rajoy ha assunto direttamente la presidenza, delegando i poteri alla vicepremier Soraya Saenz de Santamaria. I ministri del suo governo hanno assunto le corrispondenti funzioni anche nel governo catalano.

Secondo: lo scioglimento del Parlamento catalano con l'indizione di nuove elezioni per il 21 dicembre.

Terzo: l’assunzione del controllo dei Mossos d’Esquadra, con la destituzione del direttore della polizia locale catalana Pere Soler e del comandante, il maggiore Josep Lluis Trapero.

Cosa succede, adesso, in concreto?

Il governo di Madrid ha madato a casa Puigdemont, il vice Oriol Junqueras, e tutti i consiglieri del Consiglio di governo. L’amministrazione generale della Generalitat risponderà ai ministeri di Madrid. Come pure il comando dei Mossos d’Esquadra, la polizia locale, sotto la supervisione del titolare dell’Interno. Commissariate anche le “ambasciate”, le delegazioni catalane nel mondo, nove in tutto, tra cui quella in Italia. Lo stesso Rajoy ha quindi sciolto il Parlament, convocando le elezioni. «Le celebreremo il più rapidamente possibile», aveva promesso Rajoy. Detto fatto: alle urne si andrà il 21 dicembre. Sono state poche le variazioni rispetto alla bozza che era stata presentata sabato scorso al Senato dal governo, dopo la ratifica del Consiglio dei ministri. I senatori spagnoli hanno approvato un emendamento del partito socialista, approvato anche dal Pp dopo un lungo negoziato, che blocca la richiesta del governo di Madrid di porre sotto tutela la tv pubblica catalana Tv3, Catalunya Radio e la Agencia Catalana de Noticias. La Gazzetta ufficiale (Boe) spagnola ha già pubblicato il testo approvato dal Senato. E il Consiglio dei ministri per definirle l’applicazione concreta si è celebrato in serata. Non solo. Madrid ha un altro asso nella manica per smontare l’architettura istituzionale della “nuova” Catalogna. Il ricorso davanti alla Corte Costituzionale contro il voto del Parlament catalano.

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