Il caso della famiglia nel bosco e la realtà dell’educazione parentale
di Maria Prodi
Il cosiddetto «homeschooling» dopo il Covid ha conosciuto una crescita molto forte, anche se con 17mila studenti interessati resta un fenomeno di nicchia. L’importanza delle competenze di base e i rischi di arretramenti

La vicenda della “famiglia nel bosco”, che tante attenzioni mediatiche ha ricevuto, resta una questione di cui è bene trattino gli addetti ai lavori, gli unici che conoscono quella specifica situazione nella sua complessità. Ma il tema dell’homeschooling, come lo citano i media, o dell’educazione parentale, come la definisce la legge, è un tema serio, che coinvolge sempre più famiglie, su cui vale la pena riflettere. La scuola pubblica in realtà ha già al suo interno un’ampia articolazione di proposte, sia culturali che metodologiche: dalla legge Berlinguer del 2000 in poi l’accezione di servizio pubblico comprende con estrema chiarezza sia le scuole statali che le paritarie, private o degli enti locali che siano. Tenendo fissi gli obiettivi ordinamentali e alcuni criteri di accoglienza si possono scegliere metodologie e pedagogie di riferimento molto diversificate e sintoniche con il proprio modo di sentire l’educazione. Nonostante ciò la diffusione dell’educazione parentale è triplicata negli ultimi anni (pur restando un fenomeno di nicchia, con i suoi 17.000 studenti su quasi 7 milioni), soprattutto in alcuni territori e regioni del nord, che fra l’altro sono generalmente segnalati per avere un buon livello del servizio di istruzione. E pur essendo un fenomeno molto minoritario si presenta in continuità con una parte dell’utenza che, pur iscrivendo i figli alla scuola pubblica, esprime una costante diffidenza e ostilità per il sistema scolastico e i suoi obiettivi.
Essenzialmente ci sono due aspetti che spiegano questa intensificazione del fenomeno. Il primo consiste in una deregulation legislativa che ha permesso, a partire dal 2021, di fare gli esami di idoneità in una scuola a scelta, invece che nella scuola territoriale, come era d’obbligo precedentemente. Permesso confermato anche nelle recentissime linee guida sulla educazione parentale del 17 dicembre 2025, che indicano che la scuola territorialmente competente «è tenuta a vigilare» ma senza «entrare nel merito della richiesta», senza chiedere documentazione aggiuntiva ai genitori che dichiarano di essere in grado di fornire una istruzione adeguata, al massimo può «consigliare» qualora il progetto educativo inviato dalla famiglia sia «significativamente incoerente e non conforme rispetto a quanto previsto dalle Indicazioni nazionali». Dopo di che «è lasciata libera scelta ai genitori di individuare l’istituzione scolastica presso cui far svolgere gli esami di idoneità». In sostanza la scuola “vigilante” non può fare nulla se non prendere atto di quanto consegnato dai genitori. E ci sono scuole paritarie che attirano anche da regioni lontane innumerevoli candidati agli esami di idoneità annuali: essendo l’anagrafe degli studenti in grado di censire ognuno di questi percorsi sarebbe forse il caso di domandarsi per quale motivo non si è indagato sui numeri incongrui di alunni che si spostano di parecchie centinaia di chilometri per un esame di idoneità della scuola primaria concentrandosi in pochissime scuole “amiche”.
La seconda ragione di questa crescita dell’educazione parentale è una presa di distanza dal servizio pubblico, che si è intensificato in una parte della popolazione a partire dalla recente epidemia di Covid. Da quando l’epidemia ha imposto le misure di distanziamento e gli obblighi vaccinali una variegata galassia di sentimenti oppositivi e diffidenti si sono addensati intorno al rifiuto ostinato quanto masochistico della prevenzione, e a volte della stessa cura. In qualche modo il rifiuto della scuola si è spesso sintonizzato su quel tipo di avversione, allineato ad una molteplicità di convinzioni cognitivamente controcorrente, per quanto inserite e alimentate da bolle informative che hanno trovato nei social ampie nicchie di risonanza. Si tratta spesso di un amalgama di convinzioni alternative alla scienza, alla medicina, a numerose materie ordinate da pubblici poteri o da comunità esperte ritenute comunemente autorevoli, contrarietà alimentate da complottismo e dalla convinzione che dietro ovvietà comunemente accettate ci siano macchinazioni e interessi nascosti.
La contro-narrazione è stata paradossalmente fatta propria e alimentata da aree politiche in cerca di consenso: fino ad assistere, come accade negli Usa, a poteri pubblici che bandiscono la scienza ufficiale su temi sanitari, climatici, economici, educativi, abbracciando le controculture social e modellandovi le politiche. L’educazione parentale spesso fa riferimento a para-filosofie in cui i concetti di natura, olismo, energia, crescita sono declinati in modo emotivamente seducente, ma scarsamente riconducibile a quadri concettuali rigorosi. Viceversa esperienze di scuola outdoor, immersiva nell’ambiente naturale, centrate sull’esperienza e sull’esplorazione sono ben rappresentate nel panorama educativo della scuola italiana e andrebbero ulteriormente rafforzate e diffuse. Al contrario, le “scuoline” informali e non riconosciute che spesso sostituiscono nei fatti le famiglie che scelgono la parentale hanno spesso carattere spontaneistico, avalutativo, indifferenziato relativamente a priorità e consequenzialità degli apprendimenti. E questo può creare gravi lacune: le competenze di base di lettura, scrittura, matematica pur potendo essere apprese in differenti modalità, non dovrebbero essere negoziabili a favore di lavoretti manuali, della cura degli animali o di altre vaghe esperienze bucoliche. Ci sono bambini che si presentano agli esami di idoneità con scarsissima alfabetizzazione: in paesi più poveri dei nostri ci sono piccoli che tutto il giorno badano al gregge, cuciono palloni o tessono tappeti, e non abbiano esitazione sul fatto di ritenere necessaria per loro la scuola come indispensabile passaggio di emancipazione e sviluppo. Non riportiamo indietro le lancette. C’è da riflettere su questi rifiuti: l’obbligo è necessario per i casi limite, ma resta fondamentale la persuasione, la collaborazione, il convincimento di quello che la scuola può fare per i nostri figli. E l’impegno civile e morale di chi governa la scuola e di chi ci lavora, per fare in modo che essa sia all’altezza di tutto ciò.
Maria Prodi è insegnante, dirigente scolastica, ex assessore all’Istruzione della Regione Umbria
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