«Grazie papa Leone, mite e forte. Pace a te»
La fumata bianca giunse inaspettata. In pochissimi minuti Piazza San Pietro e tutta via della Conciliazione un anno fa si riempirono fino al Tevere, con un’emozione che si diffondeva e raggiungeva i finestroni e accompagnava quella prima commovente benedizione. «Pace a voi»

La fumata bianca è giunta rapidamente, inaspettata, considerando quello che era stato descritto come un conclave difficile, interpretato e enfatizzato dal toto-papa digitale, che mescolava pettegolezzi, interpretazioni, bufale, le tradizionali vociferationes interessate o semplice frutto di una lettura che immiserisce la Chiesa dimenticando che non è un parlamento o una democrazia, ma comunione. E la comunione non è uniformità e la diversità la arricchisce, ma non la divide. Il Papa è proprio colui che presiede questa comunione che è la Chiesa: una, un unico corpo non diviso, ma che si pensa insieme; santa, non perché perfetta o fuori dal mondo ma perché con la sua umanità piena dell’amore di Dio; cattolica, libera da classifiche, confronti, esclusioni, chiusure, sovranismi di ogni tipo e dove tutti (tutti, tutti, tutti) impariamo che tutti sono fratelli; apostolica, perché non vive per se stessa perché è se stessa quando desidera raggiungere i confini dei cuori e della terra perché l’amore non ha confini. Ed è anche romana, intorno al vescovo che è il servo dei servi, colui che presiede nella comunione la comunione, il garante della collegialità e della sinodalità. In un mondo incapace di intendersi e di parlarsi amichevolmente, sempre più piccolo e sempre più diviso e diseguale, come non amare e difendere una famiglia umana universale come la Chiesa?
La fumata bianca fa correre i romani: vogliono esserci, in presenza, per ringraziare, conoscere, stringersi intorno al loro nuovo vescovo. In pochissimi minuti Piazza San Pietro e tutta via della Conciliazione un anno fa si riempirono fino al Tevere, con un’emozione che, (posso confermare!) si diffondeva e raggiungeva i finestroni e accompagnavano quella prima commovente benedizione. «Pace a voi». Ecco papa Leone XIV, che opportune et inopportune predica solamente il Vangelo di Cristo. Pace ad un mondo assetato di pace, perché segnato dalla guerra e dalla violenza, prigioniero della febbre insana del riarmo e dell’inimicizia.
L’incomprensione per questo uomo mite, che parla di “amore e unità” e spiega con calma come l’unico che deve comparire è solo Cristo, rivela un’idea della Chiesa strumentale e non evangelica. Non chiede una pace qualsiasi. «Disarmata e disarmante, umile e perseverante». Papa Leone invita a disarmarsi per disarmare. Siamo in una stagione attratta al contrario dalla spirale della forza che fa precipitare tutti nella voragine (inferno) della guerra. Solo disarmati si può disarmare e spezzare la tragica catena del male, la logica della vendetta, della contrapposizione, dell’ideologia. «Dio ci vuole bene, Dio vi ama tutti, e il male non prevarrà!».
Ecco la nostra forza. Il mondo ha bisogno della luce che è Cristo, nostra pace. I cristiani hanno il cuore acceso di questa luce. Papa Leone chiese fin dall’inizio «di costruire ponti, con il dialogo, con l’incontro, unendoci tutti per essere un solo popolo sempre in pace». I muri li alza chi ha paura, chi pensa che il male sia fuori di sé, chi non sa chi è e pensa che l’altro sia un pericolo. I ponti li costruisce chi ama e segue Gesù che rende ognuno (tutti) il suo prossimo, il più vicino. Chiunque sia. Disse sempre papa Leone: «Dobbiamo cercare insieme di essere una Chiesa missionaria, una Chiesa che costruisce i ponti, il dialogo, sempre aperta a ricevere come questa piazza con le braccia aperte. Tutti, tutti coloro che hanno bisogno della nostra carità, la nostra presenza, il dialogo e l’amore». Evangelii Gaudium. Papa Francesco che continua a benedire. Pace e missione, ponti e braccia aperte, perché tutti sono nostri fratelli e solo dentro casa impareremo a vivere come Gesù ci insegna. Cosa siamo? Un «piccolo lievito di unità, di comunione, di fraternità». Perché il nostro «Dio salva non facendo, ma lasciandosi fare. Non vincendo il male con la forza, ma accettando fino in fondo la debolezza dell’amore. Sulla croce, Gesù ci insegna che l’uomo non si realizza nel potere, ma nell’apertura fiduciosa all’altro, persino quando ci è ostile e nemico».
Ecco papa Leone XIV ed ecco i cristiani. Ringraziamo Dio per il dono di papa Leone. Farlo ci impegna a sostenerlo con la nostra preghiera, a chiedere perdono per le mormorazioni e le divisioni, a promettere obbedienza – come deve essere verso ogni successore di Pietro – perché l’obbedienza è «una scuola di libertà nell’amore». Ha chiesto papa Leone che «ogni diocesi e comunità possa promuovere percorsi di educazione alla non violenza, iniziative di mediazione nei conflitti locali, progetti di accoglienza che trasformino la paura dell’altro in opportunità di incontro». Tutt’altro che irenismo da snobbare con paternalismo, ma scelta sapiente e determinata di non violenza e di pace! «Non dobbiamo avere paura di questa parola. Bisogna temere, piuttosto, le guerre che si protraggono e distruggono vite umane. E la crisi della diplomazia è parte della più ampia crisi del dialogo. Perché abbiamo quasi abolito o svuotato le sedi internazionali? L’Onu, spesso ridotta a cenerentola della politica mondiale, resta invece il segno di un destino globale condiviso. Lo stesso per la giustizia internazionale. Gli strumenti per non dimenticare i conflitti esistono: bisogna volerli usare». Vogliamo usarli e preoccupa chi è così dissennato da affermare il contrario. Grazie papa Leone, mite e forte. Pace a te.
Cardinale arcivescovo di Bologna e presidente della Cei
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