Tra figli adolescenti e genitori anziani: come si sopravvive all'effetto “sandwich”
di Alberto Pellai e Barbara Tamborini
L’ultimo libro di Alberto Pellai e Barbara Tamborini racconta cosa vuol dire vivere compressi tra generazioni diverse. Gli adulti di oggi abitano una terra di mezzo segnata da responsabilità educative crescenti: il risultato è un carico emotivo continuo e la sensazione di non essere mai all’altezza

Da una parte un figlio che, in pieno inverno, si rifiuta categoricamente di indossare i pantaloni lunghi; dall’altra un’anziana madre che, nonostante svariati interventi al ginocchio e una vista che non è più quella di un tempo, non vuole rinunciare in alcun modo alla sua amata patente. Comincia con questo speculare dilemma “Il ritorno dello tsunami” (De Agostini, pp. 192, euro 18,90), l’ultimo libro della coppia di psicoterapeuti Alberto Pellai e Barbara Tamborini, di cui pubblichiamo un ampio stralcio. Un viaggio nel rapporto tra le generazioni, alla scoperta di quanto sia complesso stare nel mezzo.
Noi adulti della cosiddetta Generazione X (nata dalle famiglie che si sono costituite in pieno boom economico, tra il 1965 e il 1980) siamo cresciuti in un mondo in profondo cambiamento. Improvvisamente, nel corso della seconda metà del secolo scorso e nell’arco di pochi decenni, si sono verificate mutazioni che hanno portato a un cambiamento radicale degli stili di vita, dei modi di fare famiglia, delle nostre abitudini e relazioni. Chi è entrato nel terzo millennio avendo un’età compresa tra i 30 e i 45 anni ha probabilmente abbracciato, in quello stesso terzo millennio, la duplice condizione di genitore con un figlio piccolo e di figlio di un genitore in età avanzata. In Italia, nell’arco di pochi decenni, si è innalzata incredibilmente l’età in cui si diventa genitori per la prima volta (addirittura oltre i quarant’anni per più del 6 per cento delle donne) e al tempo stesso si è alzata in modo significativo l’aspettativa di vita di uomini e donne. Nel 2025 nel nostro Paese la popolazione di 65 anni e più rappresenta quasi un quarto degli abitanti e l’aspettativa di vita media supera gli 83 anni. Gli ultraottantenni superano i 4,59 milioni e tra questi i centenari hanno raggiunto un nuovo picco massimo, superando le 23.500 persone. Sono questi i dati numerici che hanno portato alla formazione di una generazione di 40-60enni che improvvisamente si sono trovati nella posizione degli «schiacciati». È questa la definizione che Laura Turuani ha attribuito, in un suo saggio di grande successo, alle donne che al tempo stesso dovevano occuparsi della crescita di un figlio preadolescente o adolescente e della tutela della salute di una o due persone anziane. Ma questo termine si riferisce anche agli uomini. Anche loro si sono trovati contemporaneamente nel ruolo di padri e di figli dei loro genitori, tra tempeste e richieste, bisogni e sregolazioni sul piano sia emotivo sia comportamentale. Il nostro nuovo libro, il ritorno della tsunami, parla del rapporto tra le generazioni, e in modo particolare di quanto sia complesso stare nella “terra di mezzo”, ovvero essere l’adulto che deve vigilare sulle regole del gioco così che i giocatori, in questo caso i figli preadolescenti da una parte e i genitori anziani dall’altra, possano vivere al meglio le loro età. Chi sta nel mezzo delle due onde spesso sperimenta emozioni contrastanti. Non è facile capire quale sia la cosa giusta da fare e non ci sono sfere di cristallo per trovare le risposte alle proprie domande. E noi non abbiamo soluzioni o ricette, il nostro – attraverso racconti, testimonianze, vignette – è semplicemente un atto di incoraggiamento, leggero e allo stesso tempo serio, ad affrontare le diverse età della vita. Sullo sfondo, però, c’è una domanda imprescindibile: che cosa serve a noi adulti di mezzo per navigare a vista in una situazione tanto sfidante? A pensarci bene, forse ci servirebbe una vita meno “demanding”. Ovvero, una vita in cui ci sentiamo addosso meno richieste, da parte di tutti coloro che vivono intorno a noi. Il genitore del terzo millennio è narrato nei testi della genitorialità contemporanea come genitore “spazzaneve” e/o “elicottero”. Non smette mai di tenere sotto controllo tutto della vita di un figlio e spesso si sostituisce a lui anche in quelle attività e funzioni che sarebbe troppo importante lasciargli gestire in prima persona. Probabilmente, ci servirebbe rallentare la corsa verso il perfezionismo e la performatività. Forse la sensazione di essere schiacciati dalla vita e da tutto ciò che ci chiede è la diretta conseguenza del troppo verso cui ci muoviamo, verso cui tendiamo.
Un ulteriore cambiamento che dovremmo ripristinare nelle nostre vite è la capacità di fare squadra. Siamo sfiniti dai compiti della genitorialità perché non ci affidiamo più al villaggio che cresce un bambino. Anzi, vediamo quel villaggio come un potenziale nemico in grado di mettere a repentaglio l’incolumità dei nostri figli. Così dobbiamo sempre più accompagnarli, monitorare, verificare. Anche con i nostri genitori anziani, i controlli medici si moltiplicano, la raccolta di pareri, consulti, seconde opinioni, verifiche ci sembra una necessità imprescindibile. Vogliamo tenere tutto sotto controllo, farlo da soli, e non ci accorgiamo che là fuori c’è un mondo che sta combattendo le nostre stesse battaglie, che sta vivendo i nostri stessi problemi. Un mondo che andrebbe trasformato in alleato e non in universo temuto. Un mondo in cui cercare chi può esserci di aiuto, invece di identificare da chi stare lontani. In ogni comunità ci sono realtà di aiuto solidale, di volontariato. Ci sono pratiche di buon vicinato. Ci sono persone che ci camminano accanto e sarebbero ben desiderose di accogliere qualche nostro bisogno senza sentirsene turbate. A noi autori è capitato più volte di imbatterci in persone della nostra comunità che si sono rivelate risorse infinite per bisogni che non avremmo saputo come altro soddisfare. E mentre ricevevamo aiuto, il senso di gratitudine, ma anche di fratellanza e sorellanza con gli altri, ci ha permesso di mettere radici dentro la nostra comunità. Un risultato non da poco, in un tempo che premia molto più l’appartenenza a una community rispetto all’appartenenza alla comunità reale.
Infine, svolgendo una professione di cura e che mette al centro la relazione con l’altro, ci preme sottolineare quanto lo stare in relazione corrisponda e coincida con un’ambivalenza inevitabile. Ovvero, non potrà esserci relazione o legame affettivo che non siano al tempo stesso impegnativi e meravigliosi, faticosi e sorprendenti, teneri e sfidanti. La relazione obbliga a stare con l’altro e a esserci per lui. E quando l’altro è qualcuno che amiamo e che ci ama, ciò che sperimenteremo sarà al tempo stesso acqua e fuoco, caldo e freddo, tenerezza e fatica, amore e oppositività. Da quando sono piccolissimi, i nostri figli hanno inondato le nostre vite di bellezza, ma anche del loro bisogno di essere accuditi e protetti, che non ci ha lasciato tregua. Per loro abbiamo pianto di commozione e di fatica. Con loro abbiamo vissuto momenti indimenticabili per la loro meraviglia, ma anche per il senso di sacrificio. L’abbraccio del nostro bambino alla stazione quando tornavamo dal lavoro si contrapponeva al suo pianto notturno quando non riusciva a dormire. La gioia di una sua risata durante una giornata di vacanza al mare svaniva dentro il pianto disperato per la sua insofferenza al seggiolino durante il viaggio di ritorno verso casa. Anche mentre affianchiamo un genitore anziano che sta attraversando l’ultimo tempo della sua vita, la nostra mente viene spesso catturata da emozioni opposte. Così alle continue richieste di un genitore, alle sue sfide costanti al buon senso, si affiancano i ricordi degli abbracci che abbiamo ricevuto da bambini, dei doni messi sotto l’albero la notte di Natale, della festa di compleanno a sorpresa con tutti i cugini, delle lacrime versate in silenzio il giorno in cui ci siamo laureati. Forse non per tutti i ricordi a cui attingere sono positivi, ma comunque la scelta di essere presenti e attenti ai bisogni di chi ci ha generato è un gesto che dà valore alla vita.
Non si può creare ordine di fronte a tutto questo, perché chiedere alle nostre vite di rimanere “ordinate” mentre la vita accade è davvero una missione impossibile. Nulla porta dentro di noi un tumulto mai sedato come l’essere stati figli e poi l’esserci trasformati in genitori dei nostri figli. Le relazioni per definizione portano caos, piacere e dolore, ambivalenze che avvicinano così tanto il territorio dell’amore a quello dell’odio. Ma se c’è una cosa che sempre ci colpisce è che quel senso di fatica che ci divora diventa senso di disorientamento e tremenda nostalgia quando quelle stesse relazioni evaporano e quelle persone non ci vivono più accanto. Allora, di quell’amore che ci è costato fatica sentiamo una struggente mancanza nel momento in cui non è più lì a turbare i nostri equilibri. C’è una poesia che la tradizione popolare attribuisce a Jorge Luis Borges. Indipendentemente da chi abbia scritto davvero questi versi, vale la pena citarli: “Non sai bene se la vita è viaggio, se è sogno, se è attesa, se è un piano che si svolge giorno dopo giorno e non te ne accorgi se non guardando all’indietro. Non sai se ha senso. In certi momenti il senso non conta. Contano i legami.” Ecco, di tutta la fatica che ci schiaccia nel corso della vita, resta una sola certezza: in certi momenti il senso non conta. Contano i legami.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






