I prezzi corrono, l'economia no: per il mondo il rischio adesso è la stagflazione
di Pietro Saccò
Banche centrali chiamate a evitare una stagnazione economica accompagnata da un'impennata dei prezzi. Giovedì il direttivo della Bce, mercoledì la Fed

Prezzi che salgono ed economia stagnante: si chiama “stagflazione”, sgradevole parola ibrida che unisce inflazione e stagnazione, due tradizionali nemici della prosperità economica. La abbiamo conosciuta una prima volta negli anni ‘70, dopo il grande choc petrolifero che ha seguito la guerra dello Yom Kippure, ed è riapparsa durante la pandemia, in una fase di ripresa incerta e di crescita dei prezzi a due cifre. Ora rischiamo di trovarcela di nuovo davanti. Il Valdis Dombrovskis, commissario europeo all’Economia, lo ha detto apertamente pochi giorni fa, prima di entrare alla riunione dell’Eurogruppo: se la guerra in Iran dovesse durare a lungo, ha avvertito il politico lituano, rischiamo uno «choc stafglazionistico sostanziale» con «effetti negativi sulla fiducia e interruzioni delle catene di approvvigionamento».
È in casi come questo che il lavoro delle banche centrali si fa davvero complicato: i responsabili della politica monetaria sono chiamati a trovare l’equilibrio giusto tra azioni di contrasto alla crescita dei prezzi (che significa, tradizionalmente, alzare i tassi di interesse) e strategie per sostenere la crescita economica (che vorrebbe dire, però, abbassare il costo del denaro). Trovare l’equilibrio giusto tra queste pressioni opposte è un’operazione delicata. Le prime risposte arriveranno la prossima settimana, che ha in calendario le riunioni di politica monetaria di otto delle dieci grandi banche centrali. L’ultima volta, conviene ricordarlo, non è andata bene: i governatori e i loro staff hanno a lungo sottovalutato l’ondata di inflazione tra il 2021 e il 2022. Per mesi hanno considerato l’aumento dei prezzi un fenomeno passeggero, salvo rendersi conto troppo tardi che la situazione stava sfuggendo di mano: in Europa la Bce è dovuta intervenire con una inedita serie di rialzi che hanno portato il tasso di riferimento della zona euro da 0 al 4,5% in un anno e mezzo, con l’effetto di indebolire drasticamente la crescita dei Pil. Dopodiché è arrivata la discesa fino al 2,15% fissato lo scorso giugno.
Ora a Francoforte c’è di nuovo da decidere il da farsi. Per la riunione di mercoledì e giovedì prossimo, i membri del direttivo della Bce avranno a disposizione le nuove proiezioni economiche sulle prospettive della zona euro, aggiornate dai ricercatori della banca centrale ogni tre mesi. Le ultime, pubblicate a dicembre, erano abbastanza rassicuranti. Parlavano di un’economia europea che mostrava una certa «capacità di tenuta malgrado il difficile contesto internazionale». Le previsioni di crescita del Pil erano indicate all’1,2% per quest’anno, in frenata rispetto all’1,4% del 2025, riviste però al rialzo per la minore incertezza sui dazi e anche per «prezzi contenuti delle materie prime energetiche». Impossibile dire se Donald Trump ha in mente altre mosse a sorpresa sulle importazioni dall’estero. Sull’energia però sappiamo che i prezzi di gas e petrolio sono molto più alti del previsto: la Bce faceva i suoi scenari sulla base di un petrolio attorno ai 63 dollari al barile e di un gas appena sotto i 30 euro per Mwh. Ma il Brent, prezzo di riferimento del petrolio europeo, oggi è sui 100 dollari al barile, mentre l’indice del gas Ttf si muove attorno ai 50 euro per Mwh. Il calo dell’inflazione dal 2,1% all’1,9% è davvero una prospettiva troppo ottimistica. Gli analisti si aspettano piuttosto un’accelerazione dei prezzi verso un 2,5%.

Non è detto però che i banchieri centrali decideranno di intervenire subito. Anzi: le indicazioni degli ultimi giorni – prima che iniziasse la settimana di silenzio dei banchieri centrali che precede la riunione – sono quelle di un approccio attendista. Occorre essere «vigili», come hanno detto in due diversi interventi il banchiere centrale tedesco Joachim Nagel e il francese François Villeroy de Galhau. «Faremo tutto il necessario per tenere l’inflazione sotto controllo» ha detto, senza aggiungere altro, la presidente Christine Lagarde, promettendo che gli europei non sperimenteranno aumenti dell’inflazione come negli anni passati. La lezione imparata dall’ultima impennata dei prezzi è che nella politica monetaria essere troppo attendisti può rivelarsi anche più pericoloso di agire in maniera precipitosa.
Lo sanno anche a Washington, dove martedì e mercoledì si riunirà il comitato centrale della Federal Reserve. Anche qui l’approccio sembra essere lo stesso: aspettare e vedere. Negli Stati Uniti i tassi di interesse sono significativamente più alti che in Europa e all’ultima riunione due banchieri centrali su dodici avevano proposto un taglio dall’attuale 3,5-3,75%. Fino a qualche settimana fa una riduzione del costo del denaro negli Stati Uniti sembrava scontata, anche perché il mercato del lavoro americano continua a dare segni di peggioramento. Ma il rischio di inflazione causato dal conflitto scoraggia un intervento in questo momento: diversi analisti, a partire da quelli di Goldman Sachs, hanno cambiato le loro previsioni sul prossimo vertice, indicando un’alta probabilità di tassi fermi invece che una riduzione. Di tagli, è il messaggio, si potrà parlare solo in estate, una volta “risolta” la crisi iraniana.
Stesso discorso per la Bank of England e la Banca del Giappone, che si riuniranno anch’esse questa settimana e si troveranno davanti gli stessi dilemmi, tra economie fiacche e rischio prezzi elevato. Un 2026 che sembrava potere essere un anno di ordinaria amministrazione per i responsabili della politica monetaria si è improvvisamente trasformato in un momento difficile in cui sbagliare potrebbe essere imperdonabile.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






