domenica 25 febbraio 2024
Dopo il suicidio del suo terzogenito, 16 anni, Stefania ha trovato la forza per trasformare quella sofferenza fondando un’associazione per il mutuo aiuto dei genitori vittime della stessa tragedia
«Orfana di mio figlio, così sopravvivo»

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«La prima notte, dopo la morte di Luigi, ho messo la casa a soqquadro. Ho cercato ovunque un suo biglietto. Com’era possibile che non mi avesse lasciato nulla, nemmeno due righe? Non me ne capacitavo. Così come non riuscivo a trovare un senso a ciò che era accaduto. Luigi mi diceva tutto, mi confidava ogni cosa. E di un’intenzione così drammatica non mi aveva mai parlato. E io? Perché non avevo capito? Che madre potevo mai essere se non avevo saputo cogliere ciò che stava accadendo a mio figlio?»

La voce di Stefania è pacata mentre con i ricordi torna a quella terribile notte di maggio di 19 anni fa. La notte che seguiva al giorno in cui Luigi, 16 anni, il terzo dei suoi quattro figli, si era tolto la vita nel garage di casa. «Quando lo avevo salutato, prima di uscire, Luigi stava suonando la chitarra. Era allegro, come sempre. Aveva riso e scherzato con Martina e Valentina, le sue sorelle gemelle, e giocato con Andrea, il più piccolo. I miei figli erano molto uniti. E la nostra famiglia era serena, felice. La telefonata di mia figlia, che mi diceva quello che era accaduto, è stata un fulmine a ciel sereno. Inimmaginabile, inaspettata. E per questo ancor più devastante e terribile». Stefania si precipita al Pronto Soccorso. E quando arriva, Luigi è in ambulanza. Marina e Valentina, che per prime lo hanno trovato ormai quasi esanime e hanno cercato di rianimarlo, sono accasciate a terra, disperate. «Senza Luigi non posso vivere. È stato questo il mio primo pensiero. Poi, però, ho visto le mie figlie che non riuscivano nemmeno a reggersi in piedi per il dolore e mi sono detta “tu devi essere forte, perché devi aiutarle a rialzarsi”».

La sofferenza. Il senso di colpa. La rabbia. E tante domande senza risposta. Nella vita di Stefania e della sua famiglia sembra non esserci spazio per nient’altro. «Luigi era un ragazzo dolcissimo e molto sensibile. Timido e riservato, ma nello stesso tempo capace di slanci di altruismo enormi. Metteva allegria a tutti i suoi amici. Era sempre sorridente, gioioso e io sono felice di aver vissuto con lui 16 anni meravigliosi. A casa andava d’accordo con tutti, a scuola non c’erano problemi. Ed era felicissimo perché aveva appena conosciuto una ragazza che gli piaceva molto. Che cosa si era inceppato, allora? Non potevo smettere di chiedermelo. E di domandarmi continuamente dove avevo sbagliato. Qualcosa, non aveva funzionato, non avevo capito che mio figlio stava così male da volersi togliere la vita. Non ero una buona madre, allora. Avevo altri tre figli, però. E non sapevo più come avrei dovuto comportarmi con loro».

In mezzo a tanta disperazione, Stefania si mette in contatto con uno psicoterapeuta, che le fa conoscere un gruppo di auto e mutuo aiuto. «Volevo assolutamente parlare con un’altra mamma che, come me, avesse perso un figlio per suicidio, perché pensavo che nessun altro potesse davvero comprendere il mio dolore. E tutto ciò che quel dolore portava con sé. Come lo stigma che ancora, purtroppo, circonda il suicidio. Il pregiudizio di chi, incontrandoti per strada, spesso senza nemmeno conoscerti, pensa “è la mamma di quel ragazzo che si è ucciso. E che l’ha fatto perché non gli dava attenzioni, non gli ha comprato il motorino, voleva separarsi…”». O ancora, la difficoltà che a volte gli altri hanno nel capire che il tuo dolore non si spegne “a comando”, dopo un tempo prestabilito. Il tuo dolore rimane e spesso si riaccende quando gli altri sono più felici. Come a Natale magari. Tutti sono allegri e non vorrebbero vedere le lacrime nei tuoi occhi. Quelle lacrime, però, tu non riesci proprio a trattenerle… Quando una persona cara se ne va via così, la sua morte cambia la tua vita completamente. E per me incontrare altre persone che sapevano ascoltarmi senza giudicare, ha rappresentato un momento di svolta. Mi sono resa conto che mi stava aiutando a ritrovare me stessa. E che forse poteva esserci una strada per riuscire ad andare avanti».

Un giorno, Stefania sente una notizia che la colpisce con violenza: un ragazzo si è tolto la vita proprio come aveva fatto Luigi. E subito prova il desiderio di mettersi in contatto con quella madre. «Ho fatto di tutto per raggiungerla e quando ci siamo sentite al telefono le ho detto “io sono qui, a tua disposizione. So come ti senti e se vuoi possiamo parlarne insieme”. È stato in quel momento che, per la prima volta, ho pensato che avrei potuto dare un aiuto a chi soffriva come me, per sostenerci a vicenda. Poi, i legami con altri genitori si sono creati poco per volta, per un doloroso, eppure necessario, passa parola, che ci avvicinava gli uni agli altri».

Stefania coglie sempre di più l’importanza di questa condivisione; ma si rende anche conto che i gruppi di auto e mutuo aiuto per chi ha vissuto un lutto traumatico com’è quello per il sui-cidio di un figlio sono rari. Ed è per questo che, nel 2008, decide di fondare un’associazione (https://www.amaceprano.org/). «Le persone che ci contattano sono tantissime, sia dall’Italia che dall’estero. Diamo sostegno alle famiglie per l’elaborazione del lutto. Organizziamo gruppi, convegni, seminari. E facciamo prevenzione, perché è importante che di suicidio si parli. Bisogna combattere lo stigma e aumentare la consapevolezza. Perché chi sta male manda dei segnali e tutti noi dovremmo imparare a coglierli. Luigi amava giocare a pallone ma un giorno, all’improvviso, aveva deciso di smettere. Certo, mi ero chiesta il perché, ma non me ne ero preoccupata più di tanto. La mattina, a volte, faticava ad alzarsi, perché la notte non riusciva a dormire bene. Pensavo che fosse qualcosa di passeggero, però, legato al momento turbolento dell’adolescenza. E ancora, ci fu un episodio accaduto la sera prima che Luigi si togliesse la vita. Lui era molto prudente e, prima di attraversare, controllava più volte che non arrivassero macchine. Quella sera, invece, si era “buttato” in mezzo alla strada, di corsa, senza nemmeno guardare. Solo dopo, però, quando Luigi ormai non c’era più e io avevo iniziato a documentarmi per provare a capire, tutti quegli eventi avevano preso una dimensione diversa. Nemmeno oggi, dopo tanti anni, abbiamo idea del perché Luigi abbia compiuto quel gesto. Per tanto tempo io sono stata arrabbiata con me stessa, ma anche con lui. Perché mi diceva tutto, ma non mi aveva detto che stava male, che voleva morire. Perché mi aveva abbandonato. Piano piano, però, ho fatto pace con Luigi. E ogni volta che facevo pace con lui, facevo pace anche con me stessa. Il senso di colpa, il rimorso, le domande si attenuavano.

E ogni volta che smettevo, almeno per un attimo, di accusarmi, di chiedermi perché, stavo un pochino meglio. Ogni volta, un pezzettino del puzzle della mia rinascita si metteva nel posto giusto. Quando ti dicono che, con il tempo, il dolore passa, fai fatica a crederci. Il dolore non passa, ma si trasforma. Si può tornare ad amare, a vivere. Anche a provare dolore per qualcosa che non sia la morte di tuo figlio. E anche questo, allora, ti fa sentire di nuovo un essere umano. Nella mia vita, ho sempre cercato il lato positivo nelle cose che mi accadevano. E a un certo punto mi sono detta che era giunto il momento di cercare qualcosa di positivo anche nella morte di Luigi. So che questo pensiero può “scandalizzare”, ma io dovevo andare avanti perché avevo altri tre figli. E volevo che avessero una mamma che non soffrisse solo per chi non c’era più, ma che fosse anche capace di essere accanto a loro. E il lato positivo, in tanto dolore, è stato mettermi a disposizione degli altri. Oggi, quando racconto quello che ci è accaduto, lo faccio con serenità, perché il mio dolore - conclude Stefania - si è trasformato nel ricordo degli anni trascorsi con Luigi e di tutto l’amore che ci ha uniti».

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